«La scuola come bene comune»: chi sono e come lavorano gli insegnanti italiani - Bnews «La scuola come bene comune»: chi sono e come lavorano gli insegnanti italiani

«La scuola come bene comune»: chi sono e come lavorano gli insegnanti italiani

«La scuola come bene comune»: chi sono e come lavorano gli insegnanti italiani
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La Quarta indagine nazionale sulla condizione degli insegnanti italiani, realizzata nel 2025, ha coinvolto circa 10mila docenti in tutto il Paese. Gianluca Argentin, docente di sociologia nel nostro ateneo, è tra gli autori dello studio. Ci racconta com'è cambiata la professione docente e quali sono oggi le principali sfide che l’istituzione scolastica si trova ad affrontare.

Professor Argentin. Qual è la particolarità dell’indagine?

Gianluca Argentin
Gianluca Argentin

Questa indagine è la continuazione di quelle che sono state avviate dall'Istituto IARD a partire dal 1990. È piuttosto rara, nel panorama della ricerca italiana, la continuità di rilevazioni comparabili per oltre trent'anni; ciò permette infatti di osservare le trasformazioni e le persistenze dei fenomeni nel lungo periodo. Grazie al sostegno di Be for Education Foundation e alla collaborazione con l’Istituto IARD, che ha messo a disposizione i dati e gli strumenti delle precedenti rilevazioni, con un’ampia équipe di colleghi abbiamo coinvolto circa 10mila insegnanti. Si tratta di uno dei più grandi campioni mai realizzati in Italia su questa popolazione e il nostro è anche rappresentativo. Una parte dei rispondenti, circa 1.800, è entrata inoltre in un panel che ci sta consentendo di seguire nel tempo l'evoluzione delle opinioni e delle esperienze degli insegnanti.

Quale trasformazione emerge con maggiore evidenza?

Va premesso che un elemento di continuità è l'elevata identificazione con il proprio lavoro, accompagnata però da una forte insoddisfazione per lo scarso riconoscimento ricevuto. In questa cornice, negli ultimi anni è esplosa la percezione di non essere riconosciuti socialmente e gli insegnanti sono molto pessimisti anche rispetto al futuro prestigio sociale della professione. Si tratta di un fenomeno che mai aveva raggiunto queste dimensioni e che può avere a che fare anche con il post-pandemia: passata la fase in cui gli insegnanti hanno contribuito a tenere viva la scuola, quell’esperienza sembra essere dimenticata e ciò può aver generato un contraccolpo sulla percezione di riconoscimento sociale. Una seconda grande trasformazione che abbiamo intercettato riguarda l'accesso alla professione. L'insegnamento è diventato sempre più una «seconda carriera»: quasi la metà degli insegnanti ha avuto precedenti esperienze lavorative rilevanti. Si diventa quindi docenti più tardi, dopo percorsi professionali più frammentati ed anche dopo un periodo di precariato più lungo.

Significa che l'insegnamento è diventato meno attrattivo?

Paradossalmente, secondo noi è vero il contrario: più persone migrano verso l’insegnamento da altri lavori. Questo fenomeno riflette anche il peggioramento generale del mercato del lavoro. Pur essendo poco pagato e caratterizzato da un lungo precariato, l'insegnamento può rappresentare una posizione occupazionale preferibile rispetto ad altre opportunità disponibili per molti laureati, nella fase iniziale della carriera. Ma crediamo ci sia anche un'altra ragione alla base di questa nuova attrattività: l’insegnamento è una professione intrinsecamente dotata di senso. Gli insegnanti riconoscono il valore sociale del proprio lavoro e vi trovano una fonte di elevata gratificazione, che passa dall’educare le giovani generazioni al trasmettere i contenuti della propria disciplina.

Com'è cambiato il modo di insegnare?

Il ricorso alla lezione frontale è in grande discesa. Non significa che questa sia stata sostituita massicciamente dalle tecnologie o metodologie didattiche innovative come la flipped classroom, ma che la lezione sia diventata più dialogica e interattiva, con un focus maggiore sull'esperienza degli studenti. Gli insegnanti mostrano inoltre più dubbi rispetto ad alcune pratiche consolidate: persino sui compiti a casa, considerati per lungo tempo quasi automaticamente positivi.

Quanto incidono i cambiamenti della società su questa evoluzione?

Molto. Se dovessi quantificare, direi che circa il 40 per cento della spinta al cambiamento viene da fattori esterni: classi più eterogenee, studenti con bisogni educativi speciali, presenza di studenti con background migratorio, ragazzi immersi nel digitale. Un altro 40 per cento del mutamento nasce invece dagli stessi insegnanti, che attribuiscono una forte importanza alla funzione sociale della scuola, all'accoglienza, all'integrazione e alla promozione delle pari opportunità e che quindi sono pronti a essere recettori di queste sfide. Il restante 20 per cento ha a che fare con scelte di politica scolastica: dalla crescita del numero degli insegnanti di sostegno alla valutazione esterna con i test INVALSI, fino ai cambiamenti nella formazione iniziale e nel reclutamento.

La scuola è quindi sempre più percepita come un bene comune?

Sì, e proprio a questa concezione si accompagna una tensione che sembra crescere nel tempo. Gli insegnanti si percepiscono non soltanto come professionisti della didattica, ma sempre più come persone che svolgono una funzione sociale importante: assicurare che la scuola accolga tutti e sia un meccanismo di integrazione. È una missione avvertita in modo molto forte e, a ben guardare, la scuola è uno dei pochi ambiti istituzionali in cui questa funzione è esplicita e fondante. La tensione tra la scuola come luogo che promuove il bene comune e una società più individualistica e competitiva è presente.

Anche l'atteggiamento verso gli studenti con background migratorio sembra essere cambiato.

È un’altra delle trasformazioni più nette che abbiamo rilevato. Nel 2008 questi studenti erano ancora percepiti in parte come un problema per il funzionamento della scuola. Oggi sono considerati certamente un carico di lavoro aggiuntivo, anche per gli aspetti burocratici connessi, ma sono ormai parte integrante del panorama scolastico e vengono spesso percepiti come un'occasione di sfida e di rinnovamento per la didattica di ogni giorno. L'atteggiamento degli insegnanti verso l'integrazione è radicalmente diverso rispetto a quindici anni fa.

E il rapporto con le famiglie?

Qui emerge un'ambivalenza. Gli insegnanti riconoscono sempre più che il confronto e l'alleanza con le famiglie sono fondamentali, ma allo stesso tempo raccontano di avere difficoltà a costruire questa relazione e di non sentirsi sufficientemente formati per farlo. Anche le famiglie sono però cambiate. Da un lato abbiamo una crescente eterogeneità, legata anche alla presenza di genitori con background migratorio; dall'altro, nelle famiglie italiane, ci sono mediamente meno figli e genitori più istruiti, che attribuiscono grande importanza ai percorsi di studio. Questi genitori sono quindi interlocutori rilevanti, ma anche “più esigenti” e, in alcuni casi, ciò può arrivare fino all'invadenza. Per gli insegnanti, come per altre professioni, l'autorevolezza non può più essere data per scontata: va conquistata sul campo.

Quali sono allora le priorità che la politica scolastica dovrebbe affrontare?

La prima è il riconoscimento, economico ma anche sociale, degli insegnanti. Occorre però realismo: il rapporto tra numero di insegnanti e studenti in Italia è favorevole ai docenti rispetto ad altri Paesi e le risorse devono quindi essere distribuite tra un numero elevato di persone. Una strada per migliorare il trattamento economico può essere quella di differenziare maggiormente ruoli e carriere all'interno della scuola.

La seconda priorità è ridurre quella che gli insegnanti chiamano, in sostanza, la «riformite»: sono stanchi di essere continuamente sottoposti a nuove riforme, indicazioni, esami e relativi oneri burocratici. Anche quando sono stabilmente occupati, gli insegnanti vivono una sorta di precarietà professionale, perché cambia continuamente il contesto in cui devono lavorare.

Infine segnalo un tema davvero poco percepito dagli insegnanti, ma che considero molto importante: la perdita di apprendimenti durante l'estate. In Italia la pausa scolastica è tra le più lunghe dei Paesi occidentali e il learning loss estivo colpisce soprattutto gli studenti di origine sociale più svantaggiata, alimentando le disuguaglianze. Si tratta di un problema che gli insegnanti dovrebbero prendere molto più sul serio di quanto suggeriscono i nostri dati, anche alla luce dei cambiamenti climatici in atto, che renderanno ancor più complesso organizzare il tempo scolastico e quello estivo.