Il recente evento che ha colpito il Nepal, con il coinvolgimento di ghiaccio, roccia e acqua e un'evoluzione lungo circa 90 chilometri di fondovalle, riporta l'attenzione sulla crescente complessità dei fenomeni di instabilità che interessano gli ambienti di alta montagna.
Ma quanto è possibile individuare in anticipo i segnali di un possibile collasso? Quali strumenti hanno oggi a disposizione i ricercatori per monitorare ghiacciai e versanti? E che cosa sta cambiando sulle Alpi con l'aumento delle temperature?
Ne abbiamo parlato con Giovanni Crosta, professore dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, esperto di fenomeni di instabilità dei versanti e di monitoraggio dei processi geomorfologici.
Professore, quanto è importante oggi il monitoraggio satellitare per individuare preventivamente ghiacciai, versanti e masse rocciose che stanno diventando instabili? Quali sono i segnali più importanti per i ricercatori?
Il monitoraggio è fondamentale per definire la pericolosità e quindi la probabilità che un fenomeno avvenga e possa evolvere rapidamente. Non tutti i fenomeni, però, sono ugualmente identificabili attraverso i satelliti: servono strumenti e piattaforme adeguati alle diverse tipologie e velocità di deformazione.
Le tecniche satellitari consentono, per esempio, di individuare spostamenti molto piccoli nei versanti che si deformano lentamente, mentre per fenomeni più rapidi sono necessarie tecniche differenti, che garantiscono però una precisione inferiore. I rilievi topografici ad alta risoluzione e le misurazioni al suolo restano fondamentali, perché i satelliti osservano soprattutto ciò che accade in superficie, mentre molti processi si sviluppano in profondità.
Tra i segnali più informativi ci sono l'apertura e la propagazione di trincee e crepacci nelle zone sommitali, la comparsa di zone di rilascio, l'aumento della frequenza dei piccoli crolli e la formazione o il drenaggio improvviso di laghi sopraglaciali ed epiglaciali. Anche l'aumento del rumore sismico può fornire indicazioni importanti sulla microfratturazione.
Un evento come quello avvenuto in Nepal può essere previsto? Esiste una "finestra di rischio"?
I fenomeni di grandi dimensioni generalmente producono evidenze in anticipo che possono consentire un allertamento. Per le grandi frane in roccia, per esempio, la fase che precede il collasso può svilupparsi nell'arco di settimane o mesi. In questi casi esistono strumenti quantitativi consolidati.
Il punto cruciale, però, è che non basta osservare il superamento di una determinata velocità: è l'accelerazione a essere particolarmente significativa. Al contrario, nel caso di rotture fragili in ambiente di permafrost o di distacchi di masse glaciali, la fase precursoria può essere molto breve oppure caratterizzata da deformazioni inferiori alla soglia di rilevabilità.
Il fenomeno a cui abbiamo assistito in Nepal ha coinvolto circa 90 km di fondovalle nella sua evoluzione. La difficoltà è legata alla possibile catena di eventi: un primo distacco può innescare un'onda di piena, una colata detritica o una valanga di roccia e ghiaccio, che può percorrere decine di chilometri. Lungo il percorso il volume mobilizzato può moltiplicarsi per erosione del fondo e delle sponde, con fattori di crescita che raggiungono un ordine di grandezza nettamente superiore rispetto al volume iniziale. Inoltre anche la distanza di propagazione aumenta sistematicamente con il volume.
Per questo la previsione va intesa in senso probabilistico. Non è generalmente possibile indicare una data o un momento preciso del collasso, ma si può definire un intervallo temporale nel quale la probabilità dell'evento diventa significativa e associarlo a uno scenario di propagazione anch'esso probabilistico.
Il riscaldamento globale sta modificando le condizioni di stabilità dell'alta montagna. Dobbiamo aspettarci eventi simili anche sulle Alpi?
Gli ambienti di alta montagna sono particolarmente sensibili alle variazioni di temperatura. Il ghiaccio è uno degli elementi fondamentali per la stabilità delle alte quote e la sua resistenza cambia sensibilmente con la temperatura.
Il riscaldamento può ridurre progressivamente il margine di sicurezza dei versanti. Il ghiaccio, infatti, contribuisce alla stabilità anche sigillando le fratture della roccia; quando fonde, l'acqua può penetrare in profondità, aumentando le pressioni nelle fratture. Spesso è proprio questa componente idrologica a fornire l'innesco, mentre la degradazione termica prepara il terreno su tempi più lunghi.
Anche sulle Alpi sono evidenti l'arretramento e l'assottigliamento dei ghiacciai e una crescente instabilità alle alte quote. Negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni come il crollo della Marmolada nel 2022 e il collasso di Blatten nel 2025, oltre ad altri eventi sulle Alpi. Si tratta di una serie di fenomeni che si è infittita negli ultimi due decenni.
Non è però possibile individuare una generica "mappa" delle aree più pericolose: la valutazione deve essere effettuata sito per sito. Tra i settori italiani che presentano condizioni potenzialmente critiche ci sono il massiccio del Monte Bianco, il gruppo del Cervino e del Monte Rosa, l'Ortles-Cevedale, l'Adamello-Presanella e le aree sommitali delle Dolomiti.
Di fronte a fenomeni naturali sempre più complessi, quale ruolo può assumere oggi la ricerca scientifica?
La ricerca ha un ruolo determinante nell'aumentare le conoscenze, individuare le aree critiche, migliorare la capacità di previsione e modellazione e sviluppare tecniche di monitoraggio sempre più efficaci.
Oggi il problema non è tanto la disponibilità dei dati: le piattaforme satellitari europee garantiscono una copertura senza precedenti. La vera sfida è interpretare queste enormi quantità di informazioni in chiave di processo, distinguendo per esempio una deformazione stagionale reversibile da una deformazione irreversibile che possa indicare un'evoluzione verso la rottura o meglio un collasso. Servono per questo modelli termo-idro-meccanici accoppiati, calibrati su siti strumentati con perforazioni e reti geodetiche, e serve la continuità nel tempo delle serie di misura, che è la risorsa più preziosa e la più esposta alla discontinuità dei finanziamenti.
Per questo sono necessari approcci multidisciplinari, ma anche un collegamento più efficace tra ricerca scientifica e decisioni operative. I dati devono poter essere tradotti in soglie, protocolli e procedure di intervento: un sistema di allertamento, senza un protocollo decisionale definito a priori, non può essere realmente efficace nella mitigazione del rischio.