Alba Bonetti ospite di Innovation Pub: «Perché non uccidere. 45 anni di battaglie contro la pena di morte» - Bnews Alba Bonetti ospite di Innovation Pub: «Perché non uccidere. 45 anni di battaglie contro la pena di morte»

Alba Bonetti ospite di Innovation Pub: «Perché non uccidere. 45 anni di battaglie contro la pena di morte»

Alba Bonetti ospite di Innovation Pub: «Perché non uccidere. 45 anni di battaglie contro la pena di morte»
Amnesty (1)

Dalla storica campagna di Amnesty International contro la pena di morte ai numeri che ancora oggi raccontano una realtà drammatica in molte parti del mondo, l’incontro con Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ospite del penultimo appuntamento di Innovation Pub in programma il 26 maggio 2026, offrirà l’occasione per riflettere sul valore della memoria, sul ruolo dell’impegno civile e sulla responsabilità individuale nella difesa dei diritti umani.

Al centro, una domanda più che mai attuale: che cosa significa oggi generare un impatto sociale?

Un dialogo che offrirà l’occasione per riflettere sui diritti, sul valore della partecipazione attiva e sulla responsabilità individuale in una fase storica segnata dal riemergere di autoritarismi e da nuove fragilità democratiche, a partire da una battaglia che in 45 anni ha contribuito a cambiare la storia in molti Paesi.

In vista dell’incontro, le abbiamo chiesto di riflettere con noi sul significato di questa lunga battaglia e sul ruolo della memoria nella difesa dei diritti umani.

Presidente Bonetti, l’incontro di Innovation Pub richiama il tema dell’impatto sociale: la pena di morte è ancora una questione urgente da affrontare?

Purtroppo sì, ed è una questione più che mai urgente. Lo documentano i dati del nostro rapporto relativo al 2025: le esecuzioni sono aumentate del 78% e hanno raggiunto quota 2.707, il numero più alto mai registrato dal 1981.

Sebbene negli anni il numero degli Stati abolizionisti sia cresciuto fino a comprendere quasi tre quarti dei Paesi del mondo, restano ancora sostenitori molto determinati di questa pratica aberrante: Cina, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti, Singapore, solo per citarne alcuni.

In oltre quarant’anni la campagna abolizionista di Amnesty ha contribuito a un cambiamento globale importante: quali sono stati, a suo avviso, i passaggi più significativi di questa battaglia?

Portare il tema all’attenzione dell’opinione pubblica, degli Stati e delle Nazioni Unite è stato uno dei passaggi più importanti. Amnesty International ha promosso una coalizione mondiale per l’abolizione della pena di morte, realizzato attività di formazione nelle scuole, animato dibattiti, sostenuto film e campagne di sensibilizzazione, esercitando pressione sui singoli Paesi. Pochi ricordano, per esempio, che quando Amnesty avviò la campagna mondiale nel 1980, la pena di morte era ancora prevista dal codice militare italiano.

È stata abolita anche grazie alla battaglia condotta dalla sezione italiana di Amnesty International. L’Italia, peraltro, può rivendicare un primato importante: il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana, nel 1786.

Quanto possono contare le parole e una comunicazione consapevole nel costruire una società più attenta e partecipe?

Le parole contano moltissimo, perché rivelano il modo in cui una società pensa la giustizia, la colpa e la possibilità di cambiamento. Una volta, durante un dibattito, mentre spiegavo la posizione di Amnesty International sulla pena di morte, una persona dal pubblico mi chiese: «Quindi voi siete contro la pena di morte anche quando è giusta?». Quella domanda mostra bene quanto sia radicata l’idea di una società divisa tra buoni e cattivi, fondata sulla presunta infallibilità del giudizio umano e sull’impossibilità, per chi ha commesso un reato, di cambiare.

A questo si aggiunge la convinzione che la vendetta possa risarcire le vittime o le loro famiglie, oppure che la pena capitale funzioni da deterrente. Nessuna di queste argomentazioni è fondata. La pena di morte può uccidere innocenti, soprattutto quando le indagini sono condotte in modo approssimativo o fuorviante; può diventare uno strumento di repressione politica; infligge sofferenze fisiche ai condannati e, nei Paesi in cui è in vigore, non determina una riduzione complessiva della violenza. È, in definitiva, una forma di vendetta esercitata dallo Stato.

Quale responsabilità hanno oggi i cittadini nel non delegare agli Stati la difesa della dignità umana?

Amnesty International è nata 65 anni fa proprio dall’intuizione di Peter Benenson, che era molto scettico sulla capacità e sulla volontà degli Stati di far valere concretamente i principi della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Gli Stati raramente si chiedono conto a vicenda di come trattano i propri cittadini e, come vediamo ancora oggi, spesso contribuiscono a indebolire gli organismi multilaterali e il diritto internazionale. Nessuna grande conquista in materia di diritti umani, del resto, è stata ottenuta per iniziativa spontanea dei governi: sono state le battaglie delle persone comuni a rendere possibili l’emancipazione femminile, l’abolizione dell’apartheid negli Stati Uniti e in Sudafrica e, nel nostro Paese, conquiste come il divorzio e l’interruzione volontaria di gravidanza.

Le persone tendono a dimenticare che i diritti non sono acquisiti una volta per tutte: vanno difesi, sorvegliati, riconosciuti ogni giorno, perché il tentativo di ridurli, negarli o cancellarli è sempre possibile.

In molti dei Paesi che registrano il maggior numero di esecuzioni, la pena di morte colpisce anche chi protesta, dissente o esprime posizioni diverse da quelle del regime: quanto è importante ricordare che questa battaglia riguarda anche la libertà di espressione e i diritti politici?

È fondamentale ricordarlo, perché la pena di morte non riguarda soltanto il sistema penale, ma anche lo spazio civico, la libertà di espressione e il diritto di associazione. La restrizione dello spazio civico e la criminalizzazione della protesta sono al centro della nostra attuale campagna globale «Proteggo la protesta», che riporta al cuore della battaglia per cui Amnesty International è nata.

Scriveva Peter Benenson 65 anni fa, nell’appello «I prigionieri dimenticati»: “Aprite il vostro giornale ogni giorno della settimana e troverete una notizia da qualche parte nel mondo di qualcuno che viene imprigionato, torturato o giustiziato perché le sue opinioni o la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Il lettore del giornale prova un nauseante senso di impotenza. Eppure, se questi sentimenti di disgusto in tutto il mondo si unissero in un'azione comune, si potrebbe fare qualcosa di efficace”.

Allora furono migliaia a rispondere a quell’appello; oggi siamo 10 milioni nel mondo e continuiamo a difendere la libertà di espressione e i diritti umani, contribuendo a liberare in media tre prigionieri al giorno.


INNOVATIONPUB_LOGO restyling_2

Partecipa:

26 maggio 2026 - Perché non uccidere. 45 anni di battaglie contro la pena di morte | Alba Bonetti - Presidente di Amnesty International Italia,

Bicocca Pavilion - viale Piero e Alberto Pirelli, 10, Milano ore 18:00