Ogni anno, il 27 settembre, si celebra la Giornata mondiale del turismo, istituita dall’Organizzazione Mondiale del Turismo nel 1979 e celebrata per la prima volta nel 1980. L’obiettivo è promuovere il valore sociale, culturale, politico ed economico del turismo e il suo contributo al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.
Una giornata che invita a guardare al turismo non soltanto come a un settore economico, ma come a un fenomeno che coinvolge persone, territori e comunità. Viaggiare significa infatti spostarsi, conoscere luoghi e culture differenti, interrompere per un periodo più o meno breve le proprie abitudini. Ma che cosa succede quando cambiamo ambiente? E perché, almeno in determinate condizioni, un viaggio può farci stare bene?
A rispondere sono Paola Ricciardelli, professoressa di Psicologia, e Luca Bottini, professore di Sociologia dell’ambiente e del territorio.
Quando il cervello esce dalla routine
«Viaggiare, soprattutto per turismo, è associato per la grande maggioranza delle persone a un’esperienza positiva e spesso rigenerativa», spiega Paola Ricciardelli. «È quella sensazione sintetizzata dall’espressione “viaggiare apre la mente”, perché uscire dalla quotidianità significa confrontarsi con situazioni, persone e ambienti nuovi e mettere alla prova la nostra capacità di adattamento».
Non serve necessariamente un viaggio avventuroso per farlo. Anche un semplice cambiamento delle abitudini può richiedere di trovare soluzioni diverse da quelle a cui siamo abituati. Un letto diverso, un percorso sconosciuto, un mezzo di trasporto mai utilizzato o un programma da modificare diventano piccole occasioni per confrontarsi con l'imprevisto.
«Ciò che ci portiamo a casa, quindi, non sono soltanto paesaggi, foto-ricordo e souvenir, ma la consapevolezza di aver appreso qualcosa di nuovo sul mondo o su noi stessi», osserva la Professoressa Ricciardelli.
Il viaggio può quindi diventare anche una palestra per alcune delle nostre capacità cognitive. Un museo chiuso, un treno cancellato o la necessità di modificare un itinerario chiamano in causa, per esempio, la flessibilità cognitiva, insieme alla capacità di pianificare e risolvere problemi. Quando si viaggia all’estero, inoltre, prestare attenzione alle norme sociali, osservare comportamenti diversi dai nostri o ricordare un percorso contribuisce a coinvolgere attenzione e memoria.
Ma questo non significa che ogni viaggio produca automaticamente un beneficio duraturo. «È anche possibile che un ambiente troppo ricco di stimoli – informazioni, luci, suoni e odori – abbia un effetto opposto e possa mandarci in sovraccarico, impedendoci di concentrarci o di rilassarci», precisa la docente.
Il beneficio, dunque, sembra dipendere soprattutto da come viviamo l’esperienza, più che dal semplice fatto di spostarci da un luogo a un altro.
Viaggiare per entrare in relazione con i luoghi
Se per la psicologia il viaggio può rappresentare un'occasione per mettere in gioco capacità cognitive e adattive, dal punto di vista sociologico la questione si allarga al rapporto tra persone, luoghi e comunità.
«Il turismo, dal punto di vista sociale, è anzitutto un fenomeno che coinvolge principalmente tre dimensioni: il sovraccarico delle infrastrutture di mobilità, l’impatto sulla dimensione ambientale e il rapporto con la popolazione locale nella destinazione», spiega il professore Luca Bottini.
I grandi flussi turistici possono infatti esercitare una forte pressione sulle infrastrutture e sulle risorse, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. A questo si aggiunge la relazione con le comunità che abitano le destinazioni: nei contesti caratterizzati da una forte pressione turistica e dal rischio di overtourism possono emergere conflitti tra residenti e visitatori.
Anche per questo, secondo Bottini, «una scelta turistica consapevole, pianificata e non guidata esclusivamente dalle campagne di marketing può contribuire a ridurre contemporaneamente lo stress per chi viaggia, la pressione sulle comunità locali e l'impatto ambientale».
Ma il rapporto con un luogo non si esaurisce nella sua sostenibilità. Viaggiare può anche cambiare il nostro modo di guardare ciò che ci circonda. Perché questo accada, però, serve tempo. «I rapporti con i luoghi si costruiscono nel tempo e richiedono una lunga esposizione per potervi entrare in relazione e cogliere la loro essenza, il loro genius loci», sottolinea il docente.
Una vacanza breve può quindi offrire l'occasione per allontanarsi dalla quotidianità, ma non necessariamente per instaurare una relazione profonda con il luogo che si visita. E c'è un ulteriore elemento che può limitare questo distacco: il lavoro.
La vacanza nell'epoca della connessione continua
Email, messaggi, notifiche e connessioni costanti spesso accompagnano il viaggiatore anche lontano dal proprio ambiente abituale. Il risultato è una sorta di contraddizione: ci si sposta per interrompere la routine, ma si continua a rimanere connessi alle stesse responsabilità.
«Questa condizione di perenne tensione tra la fuga verso un luogo turistico e il mantenimento della connessione al lavoro non crea le condizioni ideali affinché il potere trasformativo della vacanza possa realmente dispiegarsi», osserva il Professor Bottini.
Perché il viaggio possa diventare davvero uno spazio di rigenerazione, quindi, non basta raggiungere una nuova destinazione. Occorre anche poter interrompere, almeno temporaneamente, i ritmi della quotidianità.
È forse proprio qui che le due prospettive si incontrano: viaggiare non fa necessariamente bene per il solo fatto di spostarsi in un luogo diverso. Il cambiamento di ambiente può stimolare capacità cognitive, offrire nuove esperienze e permettere di guardare con occhi diversi il mondo e la propria quotidianità. Ma perché questo accada servono condizioni adeguate: la possibilità di adattarsi senza essere sopraffatti dagli stimoli, di vivere realmente il luogo e, soprattutto, di concedersi una pausa effettiva dalle abitudini e dai ritmi che si sono lasciati a casa.
Oggi è ormai sempre più evidente lo squilibrio tra tempo libero/dedicato alla vacanza e quello al lavoro. «Serve un serio dibattito sul miglioramento della qualità della vita lavorativa come, ad esempio, un maggior ricorso allo smart-working, l’aumento della produttività e la riduzione delle ore lavorate. Tutte condizioni che possono far sì che un momento altamente rigenerativo come la vacanza possa essere vissuto da tutta la forza lavoro come un vero distacco dal quotidiano e di spazio per il proprio sé» conclude Luca Bottini.