Studiare come vengono utilizzati i farmaci nella pratica clinica, valutarne l’efficacia e la sicurezza nelle popolazioni reali e produrre evidenze capaci di orientare le decisioni sanitarie: è questo il campo d’azione della farmacoepidemiologia, una disciplina sempre più strategica per migliorare l’appropriatezza delle cure e rispondere ai bisogni dei pazienti.
Ne parliamo con Giampiero Mazzaglia, professore associato di Igiene generale e applicata presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca e Chair of the Local Host Committee del 42esimo Annual Meeting dell’International Society for Pharmacoepidemiology, in programma a Milano presso l’Allianz MiCo Convention Center dal 29 agosto al 2 settembre 2026.
Professor Mazzaglia, che cos’è la farmacoepidemiologia e quali domande cerca di affrontare?
La farmacoepidemiologia studia l’impiego e gli effetti dei farmaci nelle popolazioni. Si colloca come una disciplina e metà strada tra farmacologia clinica ed epidemiologia e permette di comprendere come i medicinali vengano prescritti e utilizzati nella pratica quotidiana, quali benefici producano e quali possibili rischi siano associati al loro impiego.
L’obiettivo è generare conoscenze che vadano oltre le condizioni controllate degli studi clinici e che descrivano ciò che avviene nel mondo reale, all’interno di popolazioni ampie, eterogenee e spesso caratterizzate dalla presenza contemporanea di più patologie e trattamenti.
Quali tipi di dati vengono utilizzati in questo ambito di ricerca?
Le ricerche farmacoepidemiologiche possono utilizzare sia dati primari raccolti in tempo reale per studi ad hoc, ma specialmente dati secondari come i database amministrativi sanitari, i dati delle cure primarie e i registri di patologia.
Sempre più spesso queste fonti vengono integrate per ricostruire percorsi di cura complessi e ottenere una visione più completa del percorso assistenziale del paziente, svolgendo un ruolo strategico per attività proprie della sanità pubblica. La disponibilità di grandi quantità di dati apre opportunità molto rilevanti, ma richiede anche metodi rigorosi per garantirne qualità, corretta interpretazione e tutela della riservatezza.
In che modo queste evidenze possono contribuire a migliorare la salute dei pazienti?
Possono aiutarci a individuare precocemente eventuali problemi di sicurezza, confrontare l’efficacia nel mondo reale di diverse strategie terapeutiche, valutare l’appropriatezza prescrittiva e comprendere quali trattamenti funzionino meglio in specifici gruppi di popolazione.
Queste conoscenze possono supportare i medici nelle decisioni cliniche, le autorità regolatorie nella valutazione del rapporto tra benefici e rischi e i sistemi sanitari nella programmazione degli interventi. Il risultato atteso è una medicina più sicura, personalizzata e attenta all’uso appropriato delle risorse.
Qual è il rapporto tra farmacoepidemiologia e farmacovigilanza?
Si tratta di ambiti strettamente collegati. La farmacovigilanza si concentra sull’identificazione, la valutazione e la prevenzione delle reazioni avverse e degli altri problemi legati all’uso dei medicinali.
La farmacoepidemiologia mette a disposizione strumenti quantitativi e metodologici per analizzare questi fenomeni su scala di popolazione, verificare possibili segnali di sicurezza provenienti dalla farmacovigilanza classica e stimarne la frequenza e la rilevanza. È quindi essenziale per passare dalla segnalazione di un possibile rischio legato all’uso di un determinato farmaco alla produzione di evidenze utili alle decisioni.
Quali sono oggi le principali sfide scientifiche del settore?
Una delle sfide principali riguarda la qualità dei dati e la capacità di integrare fonti differenti, rispettando la tutela della privacy. Un altro tema centrale è la trasparenza dei metodi, gli studi devono essere riproducibili, robusti e basati su protocolli chiaramente definiti. A questo si aggiungono le opportunità e le questioni poste dall’intelligenza artificiale e dalle nuove tecniche di analisi, che possono rendere più efficiente lo studio di grandi quantità di informazioni, ma devono essere utilizzate con consapevolezza e rigore.
Quale contributo può offrire l’Università di Milano-Bicocca a questo ambito di ricerca?
L’Ateneo possiede competenze consolidate nell’epidemiologia, nella sanità pubblica, nella statistica medica e nell’analisi dei dati sanitari. La collaborazione con strutture cliniche e istituzioni del territorio permette inoltre di sviluppare ricerche fortemente collegate ai bisogni reali dei pazienti e del sistema sanitario.
La formazione rappresenta un altro elemento essenziale: servono ricercatrici e ricercatori con solida esperienza sulla metodologia epidemiologica, capaci di comprendere i percorsi assistenziali dei pazienti ed il ruolo strategico dei farmaci all’interno del sistema sanitario.
Il congresso mondiale ISPE, che per la prima volta si terrà in Italia grazie anche al forte impulso del professor Gianluca Trifirò, farmacologo dell’Università di Verona e della dottoressa Ursula Kirchmayer, farmacista presso il dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio e attuale presidente ISPE, sarà anche un’occasione per discutere questi temi, con una comunità scientifica internazionale composta da oltre 2.000 ricercatori, clinici, professionisti della sanità pubblica, esperti di farmacovigilanza e rappresentanti delle autorità regolatorie.
Il tema scelto, “Unlocking the Power of Pharmacoepidemiology to Improve Patient Health”, richiama proprio la necessità di trasformare dati e risultati della ricerca in evidenze capaci di migliorare concretamente la salute dei pazienti. Per Milano e per l’Università di Milano-Bicocca sarà un’importante occasione di confronto scientifico e di costruzione di nuove collaborazioni.