Che ruolo possono avere il cinema, la fotografia, il teatro e la narrazione nella formazione dei professionisti sanitari e nel percorso di cura dei pazienti? È stata questa la domanda al centro del convegno “Scienza, Cura e Arte”, promosso dal Centro Studi Dipartimentale Medical Humanities e Scienze della Narrazione in Medicina (MEDNARR) dell’Università di Milano-Bicocca e da Medicinema presso l’Ospedale Niguarda, nell’ambito del Milano Film Festival.
Una giornata che ha riunito psicologi, medici, neuroscienziati, infermieri, pedagogisti, esperti di cinema e arti visive per riflettere sul contributo delle pratiche narrativo-simboliche alla cura e alla formazione sanitaria. Tra i temi emersi, il crescente disagio vissuto dai professionisti della salute, la necessità di rafforzare le competenze relazionali e l'importanza di una medicina capace di considerare il paziente non solo come portatore di una patologia, ma come persona con una storia, emozioni e bisogni specifici.
Ne abbiamo parlato con la professoressa Micaela Castiglioni, fondatrice e responsabile di MEDNARR, che ci ha raccontato le principali riflessioni emerse dal convegno e le prospettive future delle Medical Humanities all'interno dell'università e delle strutture sanitarie.
Quali sono state le riflessioni e i principali temi emersi riguardo all'impiego delle pratiche narrativo-simboliche nella formazione dei professionisti sanitari e nella cura dei pazienti?
Uno dei temi più importanti emersi è stato il forte malessere che attraversa oggi i professionisti sanitari, una condizione già presente prima della pandemia e aggravata negli anni successivi. Da qui nasce l'esigenza di investire non soltanto sulla formazione tecnico-clinica, ma anche sulle competenze relazionali e comunicative.
Le Medical Humanities, attraverso strumenti come la scrittura autobiografica, il teatro, la fotografia e la narrazione, aiutano il professionista a recuperare il senso profondo del proprio lavoro e a riconoscere il paziente nella sua interezza. Non si tratta soltanto di curare una malattia, ma di accompagnare una persona con la sua storia, le sue paure e le sue speranze. In fondo stiamo semplicemente riscoprendo il messaggio originario della medicina, che da Ippocrate in poi è sempre stata una pratica profondamente umana e olistica.
L'iniziativa ha riunito competenze molto diverse – dalle neuroscienze alla pedagogia, dal cinema alla fotografia. Quali sono stati i punti di incontro tra questi linguaggi e in che modo possono contribuire a rendere più umana ed efficace la pratica clinica?
Quello che tutti questi linguaggi condividono è la capacità di mettere al centro le storie: quella del paziente e quella del professionista. Attraverso l'arte, la narrazione e le pratiche simboliche si sviluppano processi di immedesimazione e di riflessione che aiutano a comprendere meglio l'altro. Non parlerei tanto di empatia come semplice "mettersi nei panni dell'altro", quanto piuttosto di recuperare la propria esperienza umana per comprendere quella altrui.
Questi strumenti insegnano che non è importante soltanto ciò che si comunica, ma soprattutto come lo si comunica. Una diagnosi, una terapia o una prognosi possono essere accolte in modo molto diverso a seconda delle parole utilizzate e della qualità della relazione che si instaura. Questo approccio favorisce una medicina più flessibile, più attenta ai bisogni individuali e capace di costruire percorsi condivisi con il paziente e la sua famiglia.
La collaborazione tra il Centro MEDNARR dell'Università di Milano-Bicocca e Medicinema all'interno del Milano Film Festival rappresenta un esempio concreto di dialogo tra cultura e salute.
Quali sviluppi futuri immagina per questo approccio e quali sfide restano ancora da affrontare per integrare stabilmente le Medical Humanities nei percorsi di cura e formazione?
Sicuramente la sfida principale è evitare che iniziative come questa restino episodi isolati. Occorre costruire una vera cultura delle Medical Humanities all'interno delle università, in particolare nei corsi di Medicina, e successivamente negli ospedali. Per questo stiamo lavorando a percorsi formativi dedicati, come il nuovo corso executive in Medical Humanities e Scienze della Narrazione in Medicina approvato in Bicocca.
Parallelamente vorremmo sperimentare comunità di pratiche all'interno delle strutture sanitarie, gruppi multidisciplinari composti da medici, infermieri, psicologi e pedagogisti che possano confrontarsi e formarsi continuamente.
Un altro ambito molto promettente è quello della social prescription, cioè l'integrazione di attività culturali e artistiche nei percorsi terapeutici. Tuttavia, anche in questo caso è indispensabile una formazione adeguata e una valutazione rigorosa degli effetti prodotti. Solo così queste pratiche potranno diventare parte integrante e riconosciuta dei percorsi di cura.