La città raccontata dai migranti - Bnews La città raccontata dai migranti

Siamo abituati ad attraversare lo spazio urbano portandoci dietro i nostri ricordi, il modo di vedere il mondo circostante, i nostri bias, tanto che ormai non facciamo più caso a come il territorio si trasforma e si arricchisce di segni che hanno un significato diverso per coloro che lo abitano. In questa stratificazione, c’è chi ci può aiutare a uscire dalla nostra comfort zone: stiamo parlando di Migrantour e ne parliamo con il professor Francesco Vietti che di questo progetto è co-ideatore e coordinatore scientifico.

Che cos’è Migrantour e come nasce?

Tutto è nato a Torino nel 2009 e a Milano poco dopo, anche perché i due attori che hanno affiancato e promosso il progetto fin da principio sono proprio due soggetti locali: a Torino una cooperativa che si occupa di turismo responsabile, a Milano un’ONG che lavora principalmente nella cooperazione allo sviluppo. Oggi Migrantour è una rete europea di una ventina di città, in cui sono attivi degli itinerari urbani interculturali. Questi percorsi attraversano quartieri particolari e sono finalizzati a mostrare il ruolo che le migrazioni hanno avuto nel trasformare il territorio urbano, nell’arricchire e rendere più complesso un patrimonio culturale fatto di vissuti, conoscenze, tradizioni.

Chi guida i percorsi?

La caratteristica di questi percorsi è che sono ideati e condotti da persone che hanno un background migratorio – migranti, ma anche giovani di seconda o terza generazione – che diventano accompagnatori interculturali: i percorsi vengono ideati durante un percorso formativo e professionalizzante lungo e impegnativo. Questo ci permette di valorizzare le competenze delle persone con background migratorio che altrimenti rimarrebbero completamente escluse dalle professioni legate al turismo e al patrimonio culturale. La persona migrante in questo contesto non viene più assimilata solo al ruolo della vittima in condizione di bisogno, ma riconosciuta come voce autorevole che può offrire spiegazioni, prendere la parola nello spazio pubblico su temi delicati come quello del paesaggio urbano, del patrimonio culturale, dei luoghi della città, e viene ascoltata non in quanto migrante, ma in quanto esperta del patrimonio culturale che ha uno sguardo originale sul territorio urbano.

Chi partecipa ai vostri tour?

In prevalenza giovani, ma anche cittadini e cittadine che sono disposti a sfidare le proprie paure nell’avvicinarsi a determinati luoghi o che magari vogliono riappropriarsi di aree da cui si sono sentiti col passare del tempo espropriati. Ci muoviamo in aree che sono al di fuori dei percorsi turistici della città, che non sono state musealizzate o monumentalizzate, in luoghi di vita quotidiana: negozi, mercati, stazioni ferroviarie, luoghi di culto o di associazione. Li si racconta non in modo aneddotico, bensì ancorandoli alla storia sociale, urbana, politica della città: si cerca così di andare oltre la semplice idea della testimonianza. Le stazioni o i mercati sono luoghi che incorporano di per sé una trama di mobilità: i prodotti che si vendono al mercato sono frutto delle relazioni che il territorio storicamente ha con altri territori, vicini e lontani e le passeggiate toccano diversi ambiti oltre a quello alimentare: questioni linguistiche, musicali, artistiche, relative alle feste, alle ritualità, sempre senza ridurre gli aspetti culturali alla dimensione estetica, ma inserendoli in un più ampio discorso economico, politico e sociale.

C’è anche da tenere in considerazione una riflessione sul genere perché la maggior parte delle accompagnatrici interculturali sono donne, il che ci racconta del ruolo femminile nella mediazione tra culture: da un lato ciò rispecchia i percorsi formativi e professionali di molte di loro, che prima di emigrare nel paese d’origine svolgevano lavori nell’ambito educativo; d’altro canto, però, questo ci dice anche in parte della loro difficoltà a trovare in Italia posizioni lavorative soddisfacenti per quella che è la loro formazione. Alcune delle accompagnatrici interculturali lavorano come badanti pur avendo una laurea alle spalle, così le ore di tempo che riescono a ritagliarsi per Migrantour diventano un modo per recuperare una parte significativa della propria identità intellettuale e personale.

Una delle possibili critiche a questo progetto è quella della potenziale folklorizzazione delle differenze o della reificazione della cultura dei migranti, in altre parole, che si finisca per vendere una merce sofisticata e un po’ elitaria: la differenza. Cosa risponde a questa osservazione?

Come gruppo di lavoro da anni riflettiamo su questi temi, con una postura molto autocritica. Su questo progetto sono stati scritti decine di articoli scientifici e tesi, e questo ci ha aiutato a leggere gli aspetti problematici, inclusi alcuni presupposti dell’iniziativa che abbiamo man mano ripensato.

Siamo consapevoli che a livello globale ci siano città come Parigi, Londra o New York che da un secolo turisticizzano la diversità culturale con itinerari nei quartieri etnici, promuovendoli come luoghi colorati, profumati, esotici. L’esperienza turistica, che per sua natura è molto rapida e limitata nel tempo, rischia sempre di semplificare e banalizzare la complessità che viene osservata in modo superficiale. Uno dei problemi è il potere dello sguardo e della rappresentazione: chi rappresenta chi, e chi viene definito da chi. Nel dibattito pubblico e politico, le persone migranti vengono costantemente rappresentate e definite dall’esterno. Nel caso di Migrantour, invece, sono i migranti a rappresentare sé stessi, scegliendo l’itinerario e i suoi contenuti: questo processo partecipativo e di autodeterminazione non è ovviamente una panacea che possa risolvere in sé tutti i problemi, però riteniamo che sia un primo passo nella giusta direzione.

Un secondo aspetto importante riguarda proprio il tempo necessario affinchè l’esperienza di Migrantour risulti significativa: è evidente che in due ore non si possa andare molto al di là della superficie nel contatto con la diversità culturale, e per questo facciamo il possibile per inserire le passeggiate in progetti più ampi: organizziamo incontri a scuola, gli insegnanti ricevono del materiale per lavorare su determinati temi, e la passeggiata arriva a coronamento di un percorso. Inserire la passeggiata in un mosaico più ampio di attività vale sia per il pubblico che per chi propone le passeggiate: molti dei membri della rete Migrantour lavorano in quartieri della città dove gestiscono da lungo tempo centri comunitari, scuole, corsi di formazione e altre attività socio-culturali. Quando le passeggiate entrano a far parte di questo ampio ventaglio di azioni durature sul territorio, acquisiscono ben altro rilievo rispetto a un’iniziativa estemporanea.