Dal 24 febbraio al 17 marzo, Best4Food – Centro interdipartimentale di Scienze e Tecnologie dell’alimentazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, promuove con RISA - Rete interdisciplinare sicurezza alimentare e in collaborazione con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli il ciclo di workshop “Territori in transizione. Sicurezza alimentare, fra nuove economie, biodiversità, comunità e innovazione”: tre incontri online e un appuntamento conclusivo anche in presenza (Viale Pasubio 5, Milano).
Ne parliamo con Laura Prosperi, direttrice di Best4Food e docente di storia dell’economia al Dipartimento di Economia, Metodi Quantitativi e Strategie di Impresa DEMS del nostro ateneo.
Professoressa Prosperi, perché oggi parlare di “territori in transizione” è la chiave per discutere di sicurezza alimentare?
Il sistema alimentare non può più essere letto solo in termini di quantità prodotte o di efficienza delle filiere globali. Il ciclo di workshop a cui abbiamo lavorato parte proprio dal fatto che il sistema alimentare sia oggi al centro delle grandi trasformazioni economiche, sociali ed ecologiche. Tra crisi climatica, nuove disuguaglianze e innovazione tecnologica, il cibo diventa una leva strategica per ripensare filiere, territori e politiche pubbliche.
In questo scenario, la sicurezza alimentare non riguarda soltanto l’accesso al cibo, ma la capacità dei territori di adattarsi, rigenerarsi e garantire nel tempo produzione sostenibile, equità sociale e stabilità economica, in un sistema trasformativo che ha come leva anche l’innovazione, la ricerca e la tecnologia, se guidate da valori chiari e scopi equi ed inclusivi.
Il cambio di prospettiva che questo ciclo di workshop vuole portare nel dibattito pubblico e nelle policy è proprio questo: non esistono sistemi alimentari sicuri senza territori resilienti. Parlare di territori in transizione significa riconoscere che la sicurezza alimentare si costruisce integrando agricoltura, ambiente, welfare e sviluppo locale; che le politiche non possono essere settoriali, ma devono dialogare tra pianificazione urbana, gestione delle risorse naturali e politiche occupazionali; che la transizione ecologica è anche una trasformazione culturale e produttiva. Un territorio in transizione è capace di rispondere agli shock climatici, economici e geopolitici. Stiamo quindi spostando il focus dal “quanto produciamo” al “come organizziamo i nostri sistemi territoriali per garantire cibo, equità e sostenibilità nel lungo periodo”.
Quali sono, concretamente, gli “snodi” dove digitale, trasparenza e filiere corte possono fare la differenza e dove invece rischiano di restare slogan?
Questo credo resti un tema, poiché in nessuna epoca storica il confine tra impatto misurabile e rappresentazione risulti labile quanto nel contesto attuale.
La tecnologia può in effetti contribuire in maniera inedita sugli standard di trasparenza, ma contribuisce ad alimentare l’illusione che l’impedimento sia meramente tecnico. Ovviamente non è così: il cibo resta il più universale business di cui le società umane sono capaci, l’unico incomprimibile, muove profitti giganteschi. Silenziare alcuni settori della filiera, per esempio per quanto riguarda la distribuzione dei profitti, ha poco a che fare con i limiti tecnici e risponde ad interessi di parte. La trasparenza di una filiera nasce da rapporti di forza più equilibrati tra le parti che la compongono: senza evoluzione degli assetti socio-economici il digitale produce solo distonia e sostanzia l’illusione di una maggiore trasparenza.
Sulla lunghezza della filiera credo poi di rappresentare un versante particolarmente critico: per quanto controintuitivo, anche una filiera ridotta può essere il risultato di scompensi, per esempio territoriali, tutt’altro che auspicabili. Proprio il richiamo alla filiera corta risulta troppo spesso usato come slogan e panacea a tutti i problemi del mondo, mentre credo che il chilometraggio sia solo una delle molte variabili da prendere in considerazione.
Nel programma ricorrono parole come biodiversità, comunità, nuove economie. Che cosa significa tenerle insieme in un’unica agenda?
Significa riconoscere che non sono temi separati, ma dimensioni interdipendenti di una stessa trasformazione. In altre parole: la biodiversità, oltre ad essere una questione ambientale, è la base della sicurezza alimentare, della salute dei territori e della resilienza dei sistemi produttivi. Senza biodiversità, non esiste agricoltura sostenibile né futuro per il cibo. Oggi, secondo la FAO, abbiamo a disposizione, a livello mondiale, oltre 30.000 specie vegetali commestibili. Di queste, circa 6.000 sono state storicamente coltivate per l’alimentazione, ma meno di 200 contribuiscono in modo significativo alla produzione alimentare globale. Ancora più impressionante: 9 colture, tra cui riso, grano e mais, rappresentano circa il 66% dell’intera produzione agricola mondiale. Solo tale dato, ci restituisce la connessione tra biodiversità, comunità che prosperano intorno a quelle colture e nuove economie che dovrebbero connetterle e valorizzarle.
I saperi, le pratiche agricole, le culture alimentari e le relazioni sociali sono gli ingredienti chiave della dimensione sociale della biodiversità. Metterle al centro significa superare un approccio estrattivo e costruire filiere più eque, inclusive e rispondenti ai bisogni dei loro territori.
Infine, le nuove economie sono lo strumento per rendere questa visione concreta e scalabile, attraverso modelli economici rigenerativi, che misurino l’impatto al di là del profitto e che sappiano innovare senza distruggere le risorse naturali.
La visione sistemica indispensabile per approcciarsi ai sistemi agroalimentari, ci permette di analizzare le connessioni tra biodiversità, comunità e nuove economie, occupandoci delle tre dimensioni della sostenibilità che esse rappresentano, vale a dire ambientale, sociale ed economica. Il Centro di ricerca Best4Food di Milano-Bicocca riflette tale visione e la proietta nella realtà a livello locale, nazionale ed internazionale.
Tre date online e un appuntamento conclusivo anche in presenza, una scelta ibrida, che tipo di pubblico vi aspettate e quale risultato vi piacerebbe ottenere alla fine del ciclo?
L’online ci permette di ampliare la partecipazione, coinvolgendo un pubblico nazionale e internazionale: ricercatrici e ricercatori, studentesse e studenti, policy maker, imprese innovative, realtà del terzo settore, amministratori locali. Vogliamo creare uno spazio di confronto interdisciplinare, perché la transizione dei sistemi alimentari non riguarda un singolo settore, ma richiede dialogo tra prospettive.
L’appuntamento in presenza, invece, ha un valore diverso: costruire relazione, generare alleanze, far emergere progettualità concrete. La transizione non si fa solo con le idee, ma con reti operative, ci aspettiamo quindi un pubblico misto: mondo della ricerca, per contribuire con evidenze e dati; imprese e startup, interessate a modelli economici innovativi e sostenibili; terzo settore e comunità locali, che spesso sono i primi laboratori di sperimentazione territoriale; cittadini attivi e giovani professioniste/i, che vedono nel cibo una leva di cambiamento.