Le esperienze universitarie non si svolgono solamente tra aule, libri e laboratori. Ce ne sono alcune che portano gli studenti fuori dall'università, dentro la città e a contatto con persone che, probabilmente, non avrebbero incontrato in altre circostanze.
È così che è nato “Quelli del bello: una seconda possibilità”, il percorso di volontariato organizzato da Bbetween, e realizzato grazie alla collaborazione tra il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca, l’Associazione Angeli del Bello Milano, l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (U.I.E.P.E. Milano) del Ministero della Giustizia, AMSA e Comune di Milano. Un progetto che mette insieme studenti, volontari e persone sottoposte alla sospensione del processo con Messa alla Prova, impegnandoli nella cura dell’ambiente e degli spazi pubblici della città.
Ma il senso del progetto va oltre la semplice attività di volontariato. Prima di scendere in strada, infatti, il percorso prevede un momento di formazione dedicato a inclusione sociale, giustizia riparativa, misure di comunità, lavori di pubblica utilità e cittadinanza attiva. Solo successivamente arrivano le attività sul campo, organizzate in squadre composte da volontari, persone in Messa alla Prova e responsabili dell’Associazione Angeli del Bello Milano.
Infine, un incontro di revisione e un momento di debriefing permettono di rileggere quanto accaduto e dare un significato all’esperienza.
È proprio questa dimensione dell’incontro a rappresentare uno degli elementi centrali del percorso. «Il valore educativo del progetto risiede innanzitutto nell’incontro tra persone che difficilmente avrebbero occasione di conoscersi», spiega la professoressa Elena Magrin, referente del percorso Bbetween. Lavorare fianco a fianco per un obiettivo concreto consente infatti di mettere in discussione stereotipi e pregiudizi e di costruire una relazione regolata non dalle etichette, ma dalla collaborazione.
«Studenti universitari e persone impegnate in un percorso di Messa alla Prova collaborano fianco a fianco in attività concrete di cura del territorio, superando stereotipi e pregiudizi attraverso un’esperienza diretta della relazione con l’altro», sottolinea Magrin. E in questo senso la cittadinanza attiva diventa anche uno spazio di crescita reciproca.
Dalle etichette alle persone
La trasformazione più interessante avviene forse proprio quando le categorie iniziali cominciano a perdere importanza. Durante le attività, racconta la professoressa Magrin, «vengono meno le etichette – “studente”, “persona in Messa alla Prova”, “volontario”». Al loro posto si costruiscono relazioni fondate sul rispetto reciproco e sulla corresponsabilità.
Per Paolo Calò, studente in Scienze e tecniche psicologiche che ha partecipato al percorso, il tema della giustizia riparativa era già al centro di una riflessione personale. La possibilità di confrontarsi concretamente con una realtà diversa da quella conosciuta attraverso lo studio gli ha permesso di trasformare quella curiosità in esperienza.
«Ho scelto questo percorso perché mi ha sempre interrogato il mondo della giustizia in Italia», racconta. Ma ciò che più lo ha colpito sono stati soprattutto gli incontri con le persone. «I momenti che che ricordo di più sono stati sicuramente i vari dialoghi avuti coi ragazzi in messa alla prova e con Doris e Pier, ossia i responsabili della zona Sarpi, persone stupende. Ognuno di loro mi ha aiutato a mettermi in gioco e permesso di sentirmi a mio agio nelle attività».
Per Calò, dunque, il valore del progetto sta anche nella sua capacità di completare il percorso universitario con un’esperienza che non si limita alla dimensione accademica. «Sono esperienze molto formative e profonde che ti aiutano a mettere in prospettiva le possibili traiettorie di vita», dice.
La sua sintesi è affidata a una frase che mette insieme responsabilità individuale e possibilità di cambiamento: «Il futuro non può essere determinato unicamente da un'unica azione commessa, ma da piccole scelte quotidiane».
Mettersi alla prova, prima ancora degli altri
Per Martina Sinopoli, studentessa in Matematica, la partecipazione è nata invece dalla curiosità verso un’esperienza diversa da quelle abitualmente legate al proprio percorso di studi. Aveva già preso parte ad attività di volontariato organizzate dall’Università e, quando ha ricevuto la comunicazione relativa a “Quelli del bello”, ha deciso di considerarla una sorta di «side quest».
Il progetto le offriva l’occasione di confrontarsi con una dimensione più umanistica e relazionale e, soprattutto, di mettere alla prova se stessa. «L’ho usato un po’ per testare i miei limiti e i miei possibili bias» racconta Martina. «All’inizio - ammette - c’era anche un po’ di nervosismo: non sapevo come avrei reagito davanti a persone che avevano avuto problemi con la legge». L’esperienza, però, le ha permesso di verificare concretamente le proprie convinzioni e di confrontarsi con un possibile pregiudizio.
Un episodio, più di altri, le ha reso evidente quanto le categorie possano essere costruzioni mentali.
«Durante una delle giornate di attività, la referente Doris mi aveva chiesto di preparare l’elenco delle persone in Messa alla Prova presenti, per poter poi raccogliere le firme relative alle ore svolte. Io ho inserito anche il nome di una volontaria, non sapendo appunto che non fosse una delle persone in Messa alla Prova. Quando Doris mi ha spiegato che avrei dovuto indicare soltanto i nomi dei MAP, mi è sorto spontaneo pensare “Mica ce l’hanno scritto in faccia”».
Ed è proprio qui che, per lei, l’esperienza ha assunto un significato particolare. «È stato il palesarsi del fatto che non c’è modo di distinguere un map da un non map, il che annienta la possibile distanza sociale che si può avvertire nei confronti di qualcuno che ha avuto problemi con la legge».
La cura del bene comune come esperienza di cittadinanza
La riflessione sull’incontro con l’altro si intreccia così con quella sulla città. Perché prendersi cura di una piazza, di una strada o di un parco significa anche riconoscere quegli spazi come parte di un patrimonio comune.
È uno degli aspetti che la professoressa Magrin considera più importanti. «Attraverso la cura condivisa degli spazi pubblici, i partecipanti sperimentano concretamente cosa significa sentirsi corresponsabili del bene comune». Una responsabilità che non appartiene soltanto alle istituzioni, ma coinvolge i comportamenti quotidiani di ogni cittadino.
Nel corso delle diverse edizioni, questa consapevolezza si è tradotta anche in quello che Magrin definisce il «contagio positivo» della cura: vedere qualcuno impegnarsi concretamente per il bene comune può spingere altre persone a fare altrettanto, creando un circolo virtuoso che si alimenta più attraverso l’esempio che attraverso le regole.
E c’è anche un altro elemento: il riconoscimento da parte di chi osserva. Durante le attività, racconta Magrin, diverse persone si sono fermate per ringraziare i volontari. Un gesto semplice, ma capace di restituire valore al lavoro svolto e di rendere visibile alla comunità l’importanza della cura degli spazi condivisi.
Il volontariato che continua anche dopo
Forse il risultato più significativo è però quello che rimane quando la giornata di volontariato è terminata.
Secondo quanto emerso nelle diverse edizioni, alcuni partecipanti hanno raccontato di aver cambiato il proprio modo di vivere gli spazi comuni e di rapportarsi ai rifiuti: maggiore attenzione alla raccolta differenziata, un richiamo a chi getta una sigaretta a terra, fino al gesto apparentemente più semplice di raccogliere un rifiuto incontrato per strada.
«Qualcuno è arrivato persino ad acquistare una pinza raccogli-rifiuti per continuare autonomamente a prendersi cura del proprio quartiere. È la dimostrazione -osserva Magrin - che il progetto può andare oltre la singola esperienza organizzata e trasformarsi in un atteggiamento, una responsabilità personale e uno stile di cittadinanza che accompagna la vita di tutti i giorni».
Anche Martina Sinopoli riconosce nel percorso una forma di crescita personale. “L’università - osserva - può offrire conoscenze e competenze specifiche senza necessariamente incidere sulla crescita della persona. Esperienze come questa, invece, consentono di sfidare te stesso, di metterti in discussione, di prendere parte a qualcosa di totalmente nuovo, di conoscere persone che non avresti conosciuto altrimenti”.
E proprio il confronto con persone che hanno avuto problemi con la legge le ha permesso di mettere in discussione anche l’idea di una distanza sociale.
«Le persone che ho incontrato erano persone “qualunque” che hanno commesso un errore, spesso anche non grave», racconta Martina. Un’esperienza che, aggiunge, le ha ricordato come istruzione e competenze non rendano una persona migliore o immune dalla possibilità di sbagliare.
Una seconda possibilità per tutti
“Quelli del bello” nasce per contribuire al risveglio del senso civico attraverso la cura della città, ma nel suo sviluppo finisce per mettere in discussione anche un’altra idea: quella secondo cui la possibilità di cambiare riguardi soltanto chi sta svolgendo un percorso di Messa alla Prova.
Perché l’esperienza sembra funzionare proprio nella reciprocità.
Da una parte ci sono persone che, attraverso i lavori di pubblica utilità, possono contribuire concretamente alla comunità; dall’altra ci sono studenti e volontari che scoprono qualcosa su se stessi, sugli altri e sul modo in cui guardano la realtà.
È anche per questo che il progetto si inserisce nella missione del Polo Universitario Penitenziario e, più in generale, dell’Università: non soltanto garantire il diritto allo studio delle persone private della libertà, ma promuovere iniziative di Public Engagement e Terza Missione, favorendo la conoscenza dell’esecuzione penale esterna e della giustizia di comunità.
Alla fine, forse, la “seconda possibilità” evocata dal titolo non riguarda soltanto chi sta scontando una misura alternativa. Può riguardare anche il modo in cui ciascuno guarda agli altri, alla città e al proprio ruolo nella comunità.
Lo racconta bene Martina Sinopoli, chiudendo la sua esperienza con una frase che ribalta le aspettative iniziali: «Ho fatto parte di una piccola comunità sperando di aiutare qualcuno a crescere e stare meglio e come effetto collaterale sono cresciuta e sono stata meglio io».