Paradossi economici nell’era dell'AI - Bnews Paradossi economici nell’era dell'AI

Paradossi economici nell’era dell'AI

Paradossi economici nell’era dell'AI
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L'intelligenza artificiale promette di trasformare profondamente economia e società nei prossimi anni, ma restano aperti interrogativi cruciali: siamo di fronte a una nuova bolla finanziaria? Quali effetti avrà sull'occupazione l’applicazione di queste tecnologie? Ne parliamo con un docente di economia politica, Gino Gancia, per fare il punto della situazione tra aspettative, rischi e possibili scenari.

Molti osservatori fanno il paragone tra la bolla delle "dot.com", a cavallo tra il XX e il XXI secolo, e l’attuale congiuntura finanziaria. Quali sono le analogie e le differenze?

Ci sono alcuni aspetti simili, ma anche differenze. Il mercato azionario è un indice tipicamente “forward-looking”, ovvero si basa molto sulle aspettative; è più esposto al rischio, più volatile. In questo momento c’è molta euforia, che alimenta quella che alcuni definiscono una bolla speculativa. Ci si aspetta che in un domani non troppo lontano l’AI aumenti molto la produttività e ripaghi gli investimenti: se questo avverrà o meno non ne siamo certi, l’aumento della produttività di certe tecnologie è sempre difficile da stimare nell’immediato. Anche quando è arrivata la rivoluzione tecnologica del digitale e di internet, non fu semplice. C’è in proposito una frase famosa del premio Nobel Robert Solow: “Vediamo i computer dappertutto tranne che nelle statistiche della produttività”. Questo è emblematico del fatto che a volte ci vuole del tempo per stimare l’effetto di certe innovazioni ed è anche frequente che all’inizio ci siano soprattutto dei costi.

Gli indici di borsa però sembrano particolarmente alti rispetto alle aspettative di redditività

Quello che sappiamo per certo è che gli investimenti sono davvero ingenti e le valutazioni del mercato azionario sono estremamente alte, molto più alte della bolla delle dot.com (allora l’indice di borsa era al 150% del PIL, oggi siamo al 230%). Se avvenisse oggi qualcosa di analogo a quello che successe con le dot.com, sarebbe un vero terremoto, con conseguenze più grandi rispetto ad allora perché il mercato azionario è più pesante come quota del PIL e maggiormente concentrato sui titoli tecnologici. Oggi costituisce una parte maggiore della ricchezza delle famiglie e, non da ultimo, bisogna considerare che i margini di intervento dello Stato sarebbero più ridotti perché il debito pubblico è alto e lo spazio fiscale è limitato.

C’è però anche un’altra significativa differenza rispetto a prima, ed è che allora le aziende tecnologiche erano in larga misura delle start-up: piccole aziende nate da poco che si finanziavano attraverso il boom degli investimenti; oggi stiamo parlando di giganti con profitti enormi e non credo che una società come Google possa fallire facilmente. Forse lo scenario più probabile è una correzione di rotta che potrebbe anche essere importante e avere dei costi economici significativi, ma non necessariamente essere drammatica.

Che effetti si registrano sull’occupazione nei Paesi in cui l’adozione dell’AI è più avanzata?

È una risposta complessa, non c’è un’evidenza ancora chiarissima, sono cose che stiamo cercando di studiare con i mezzi disponibili. Essendo fenomeni molto recenti, anche i dati sono a volte ridotti o incompleti. Tipicamente gli approcci sono di due tipi: quelli che cercano di studiare gli effetti aggregati, che dovrebbero dare la risposta più utile, ma sono insidiosi dal punto di vista dell’identificazione degli effetti perché studiano un contesto in cui si mescolano aspetti interdipendenti e quelli che considerano l’orizzonte a livello micro: analisi di settori specifici in cui si utilizzano dati molto precisi, però i risultati non sono facilmente generalizzabili.

Non si è ancora delineata una tendenza?

A livello aggregato l’evidenza al momento è mista: ci sono studi che sembrano trovare effetti più negativi in termini occupazionali e altri che non indicano un orientamento definito né in una direzione né nell’altra. Bisogna fare attenzione però perché quando si parla di analisi aggregate anche trovare un esito complessivamente nullo non significa che non stia succedendo niente. Per cercare di analizzare gli effetti in genere si cercano delle misure di “esposizione” tra le varie professioni. Ci sono certamente professioni più a rischio, per fare un esempio intuitivo, la categoria dei traduttori e degli interpreti, ma ci sono anche casi in cui questi indicatori non distinguono tra il rischio di sostituzione integrale e l’introduzione di questa tecnologia in forma complementare, per rendere il lavoratore più produttivo: questa è una differenza molto importante, con diverse implicazioni. Certamente nelle professioni che richiedono un certo grado di responsabilità, dove le potenziali conseguenze di un errore sono maggiori, l’AI impatterà meno in una fase iniziale; lo stesso si può dire per le professioni in cui conta molto la creatività o per quelle prevalentemente manuali: questa è un’innovazione che, diversamente da quelle passate, interesserà specialmente i cosiddetti “colletti bianchi”.

Le università stanno preparando gli studenti ad una realtà in cui l’IA sarà diffusa?

È uno degli aspetti su cui ci stiamo interrogando. Essendo un fenomeno molto recente, anche in questo caso non è facile al momento rispondere. Certamente nei corsi stiamo cercando di introdurre sempre di più l’uso degli strumenti di AI perché comunque dobbiamo imparare a usarli nel modo migliore e anche nel modo più responsabile. Gli aspetti in gioco qui sono due: uno è relativo alla vita in università e l’altro alla preparazione al mondo del lavoro. Sul primo aspetto ci sono già ora studenti che li usano per imparare meglio e ce ne rendiamo conto; altri li usano come scorciatoia e finiscono per imparare meno. Mi aspetterei alla fine un aumento della polarizzazione. Una sorta di polarizzazione potrebbe verificarsi anche all’interno del mondo del lavoro: alcune persone saranno in grado di fare un uso avanzato dei nuovi strumenti e altre ne faranno un uso quasi esclusivamente passivo. Più le tecnologie sono potenti, più possono amplificare il divario.

C’è chi porta avanti una visione più ottimistica, argomentando che l’AI può aiutare certe persone che altrimenti non avrebbero determinate opportunità di emanciparsi: molto dipenderà anche dalle scelte di policy che i governi avranno il coraggio di adottare, perché anche nel passato le innovazioni hanno potuto distribuire il loro impatto su una fascia più ampia della popolazione se sono intervenute le giuste regolamentazioni.