Garantire il diritto allo studio e trasformare il tempo della detenzione da spazio “sospeso” a percorso fecondo di crescita personale e riscatto: è su questi principi che si fonda l’impegno dell’Università di Milano-Bicocca all’interno degli istituti di pena. Attivo dal 2013 e parte della Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (CNUPP - CRUI), il Polo penitenziario di Ateneo rappresenta un ponte concreto tra la comunità accademica e la società, investendo sulla formazione come leva fondamentale per il reinserimento di chi commette reati e l’abbattimento della recidiva.
Il polo opera per garantire il diritto allo studio universitario ai detenuti di diversi istituti penitenziari lombardi e del Nord Italia, dando loro possibilità di accedere all’offerta formativa di Milano-Bicocca mentre scontano la loro pena, acquisendo così competenze ed esperienze vantaggiose per il loro futuro reintegro nella società. Una volta intrapreso il percorso universitario, ogni studente detenuto ha un tutor di riferimento che fa da tramite con il polo penitenziario e con i docenti. In parallelo alle attività di orientamento e di sostegno ai detenuti nel loro percorso universitario, il Polo Penitenziario di Ateneo porta avanti laboratori e attività di ricerca e promuove eventi culturali per sensibilizzare sul tema la comunità Bicocca e la cittadinanza.
Un progetto in crescita
Nel corso degli anni, il progetto ha avuto un riscontro crescente: se nell’anno accademico 2018-2019 i detenuti iscritti a Milano-Bicocca erano 37, distribuiti su 13 corsi di laurea, oggi gli studenti che hanno scelto il nostro Ateneo sono 129 (in prevalenza residenti nelle carceri di Bollate e di Opera), distribuiti fra ben 37 corsi di studio, che spaziano dalle discipline scientifiche e psicologiche fino alle aree economico-sociali e giuridiche. Fra di loro, gli uomini sono 126, le donne sono 3; gli studenti di nazionalità italiana sono 102; quelli di nazionalità straniera 27. La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 31 e i 45 anni, con 60 studenti, mentre gli studenti tra i 46 e i 60 anni sono 35 (pari al 27,1 per cento), quelli con più di 60 anni 18 (4 per cento) e quelli fra i 18 e i 30 anni 16 (pari al 12,4 per cento).
Uno fra i tanti studenti detenuti che hanno concluso o stanno portando avanti i loro studi universitari grazie al programma del Polo penitenziario di Ateneo è Mattia Archinito: in carcere dal 2013, nel corso della detenzione ha intrapreso un cammino rigoroso fatto di studio, lavoro, pugilato e teatro, fino all'immatricolazione nel 2020 al Corso di Laurea in Scienze dell’educazione, con il desiderio di mettersi a servizio dei giovani provenienti da contesti difficili.
Le sue parole, affidate a una lettera del 2023, restituiscono il senso più autentico del valore della formazione e del supporto dell’Ateneo:
«Mi chiamo Mattia, ho 29 anni, sono in carcere dal 2013, quindi da quando avevo 18 anni. Ho una condanna all'ergastolo ma fin dall'inizio questa condizione, non mi ha ucciso; ma anzi mi ha dato la giusta motivazione per ripartire... dopo mesi e mesi di isolamento e carceri dove stavi chiuso in una scatola per tutto il giorno, nel 2016 sono riuscito ad arrivare a Bollate. Nelle carceri tradizionali sopravvivi e non pensi a cosa hai fatto e al danno che hai recato all'altro e agli altri. Nelle Carceri come Bollate smetti di sopravvivere e vivi, vivendo ti accorgi di tutto il resto. Arrivato a Bollate, dopo non molto ho iniziato a lavorare, mi sono iscritto a scuola, mi sono diplomato, e poi ho iniziato un percorso ancor più bello... il teatro.
Poi c'è stata la scelta di iscrivermi all'Università, scienze dell'educazione; mi piaceva l'idea di fare qualcosa per i giovani, magari puntare su quelli che avevano superato dei limiti, mi dicevo e mi dico, che magari la mia storia, anche se brutta, forse proprio perché lo è, può servire all'altro, per rispecchiarsi.
In carcere non è facile studiare, perché alcuni spazi sono in condivisione e non tutti hanno l'opportunità di stare in una cella singola. Io per un po' ce l'ho fatta e la mia nuova libertà si è intersecata con il primo esame dove ho preso 27. Un pezzo fondamentale quando sei lì e non frequenti l'università sono le tutor, non solo ti puoi confrontare e quindi esci da te stesso per acquisire il pensiero di una studentessa, ma senza di loro è impossibile reperire il materiale, prenotare l'esame, è un ruolo fondamentale per chi vive lì e vuole studiare.
Oggi sto lavorando presso un'azienda, e alla sera vado in università a studiare, non so se riuscirò a fare l'educatore, ma coltiverò passioni alimentando la curiosità di leggere e studiare, per conoscere me e l'altro, per dare uno sguardo nuovo alle cose, al mondo. Se il silenzio di quell'isolamento è stata la svolta per farmi conoscere la cultura, allora non devo gettare via il passato ma anzi far bagaglio di tutto per vivere una vita nuova».
Una testimonianza in Aula Magna
Oggi Archinito condivide la sua esperienza anche da un palco, come protagonista di un monologo teatrale autobiografico intitolato “Attraverso la mia ombra”. Lo spettacolo è stato scritto ed è diretto da Serena Andreani, che ha conosciuto Archinito svolgendo attività teatrale con i detenuti del carcere di Bollate.
L’opera vede un uomo solo sul palco, condannato all’ergastolo, che attraversa le mura fisiche e mentali della detenzione. Attraverso un flusso di coscienza lucido, tagliente e poetico, il testo affronta i nodi dell’errore, del senso della pena, del confine sottile tra colpa e responsabilità, trasformando la reclusione in uno specchio della società contemporanea e aprendo a una domanda universale: chi è davvero il prigioniero?
Il monologo verrà rappresentato il 21 ottobre 2026, alle 12:30, in Aula Magna, all’interno del programma del Festival del valore pubblico 2026. Un’occasione preziosa per riflettere su tematiche importanti, come sottolinea la professoressa Maria Elena Magrin, delegata del Rettore per le attività del Polo penitenziario: «I percorsi di riscatto personale e sociale per le persone che hanno commesso reati e scontano la loro pena in carcere sono spesso ‘inauditi’, eccezionali per la loro complessità e solitamente sconosciuti, perché non hanno voce e non vengono ascoltati. Il monologo di Mattia Archinito dà voce ai passaggi chiave di un lungo percorso di trasformazione e noi, come Polo Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca, abbiamo voluto dare la possibilità a questa voce di essere ascoltata».