Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 si avviano alle giornate conclusive. Con il dottor Claudio Artoni, nivologo del DISAT - Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra, proviamo a fare il punto sulle prospettive future degli sport invernali, alla luce delle sfide poste dai cambiamenti climatici.
Che strumenti abbiamo per fare proiezioni sul tasso di innevamento nei prossimi decenni delle aree tradizionalmente destinate al turismo invernale?
Ci sono diversi strumenti e diverse persone che si occupano di misurare la neve che cade e stimare l’innevamento nelle stagioni future. Fondazione CIMA ad esempio fornisce annualmente i grafici di Hs ovvero l’altezza del manto nevoso al suolo. Anche i servizi ARPA regionali forniscono analisi dettagliate del manto nevoso e della tipologia di grani e cristalli che lo compongono. Un altro report molto accurato è fatto da Legambiente con “nevediversa”. Questi dati integrati con le previsioni climatiche a lungo termine possono dare una stima della quantità di nevicate e di quanto si alzerà il limite della neve “affidabile”.
Cosa ci dicono i dati?
I dati ci dicono che il limite delle nevicate è in aumento. Il limite della neve affidabile (ovvero almeno 30 cm di neve per almeno 100 giorni durante la stagione invernale) è salito fino a oltre 1900 metri di quota. Questo significa che molti comprensori sciistici che sorgono a quote inferiori (ad esempio 1500 m) avranno sempre più difficoltà a garantire l’innevamento. La neve continuerà a cadere, ma sarà una neve diversa rispetto a quella di 10-20 anni fa. Adesso abbiamo valanghe di neve umida anche in pieno inverno, prima erano relegate alla primavera. Inoltre, poiché il manto nevoso all’inizio della stagione è molto sottile, il gradiente termico tra l’aria molto fredda ed il terreno non gelato a circa 0°c può portare alla formazione di strati deboli persistenti all’interno della neve che rimangono per tutta la stagione e che sono un punto debole per la formazione delle valanghe.
Qual è l'impatto ambientale dell'innevamento artificiale?
L’innevamento artificiale consuma enormi quantità di acqua. Per produrre 2 metri cubi di neve artificiale servono quasi 1000 litri d’acqua. Questa acqua viene prelevata da bacini artificiali creati appositamente per lo sci invernale. Oltre al consumo di acqua c’è un importante consumo elettrico per il funzionamento dei cannoni da neve.
Come impatterà il fenomeno sui territori interessati, è possibile ripensare un modello di sport invernale diverso?
Avremo sicuramente un overtourism nei comprensori con più piste (magari con un aumento degli skipass dato dall’aumento dei costi della produzione di neve artificiale) e un abbandono o una riconversione dei comprensori più a bassa quota. A questo sarà contrapposto un turismo in crescita che invece evita i comprensori per risalire i pendii con le pelli di foca o con le ciaspole. Un turismo sotto certi aspetti più lento e di scoperta che però si espone a pericoli oggettivi maggiori e che quindi va affrontato con maggiore consapevolezza e gestione del rischio.
Ci sono aree più a rischio o sono tutte ugualmente interessate?
Sicuramente le aree più a rischio sono quelle a bassa quota (sotto i 1500 m). Poi dipende da stagione a stagione, in questo inverno ad esempio abbiamo avuto abbondanti nevicate nel Piemonte e Valle d’Aosta dovute ad un ingresso di aria marittima più umida. Comprensori più grandi come il Dolomiti Superski avranno comunque i numeri per continuare anche nei prossimi anni, mentre magari comprensori più piccoli con un turismo più di prossimità dovranno diversificare la propria offerta o riconvertirsi.