L’Armonia dei Paradossi: quando la fisica quantistica dialoga con l’arte e la filosofia. Intervista a Gabriella Greison - Bnews L’Armonia dei Paradossi: quando la fisica quantistica dialoga con l’arte e la filosofia. Intervista a Gabriella Greison

L’Armonia dei Paradossi: quando la fisica quantistica dialoga con l’arte e la filosofia. Intervista a Gabriella Greison

L’Armonia dei Paradossi: quando la fisica quantistica dialoga con l’arte e la filosofia. Intervista a Gabriella Greison
Paradossi fisica

Lunedì 02 febbraio 2026 il nostro ateneo ospiterà l’incontro “L'Armonia dei Paradossi. Un viaggio tra fisica quantistica, arte e pensiero filosofico” organizzato dal Centro Interdipartimentale Bicocca Quantum Technologies (BiQuTe) con il patrocinio del National Quantum Science and Technology Institute (NQSTI). L’evento rivolto a studenti, docenti, cittadini e appassionati di differenti discipline, offirà l’occasione di confrontarsi sull’incertezza, i paradossi e l’incontro tra scienza e umanesimo.

La fisica e divulgatrice scientifica Gabriella Greison dialogherà in questo percorso intellettuale insieme a Sir Michael Berry fisico teorico e matematico dell’Università di Bristol, e Silvano Tagliagambe, filosofo ed epistemologo dell’Università di Sassari.

La conversazione si concentrerà sul rapporto tra fisica quantistica e altri ambiti del sapere.

Dott.ssa Greison, la fisica quantistica può essere d’ispirazione per altri linguaggi, oltre a quello scientifico?

Gabriella Greison

La fisica quantistica non è solo una teoria scientifica: è una rottura culturale profonda. Ha incrinato le categorie con cui abbiamo costruito il pensiero moderno e, proprio per questo, non può restare confinata nel linguaggio tecnico. Quando una teoria mette in discussione concetti come oggetto, causa, identità e tempo, inevitabilmente diventa fertile per l’arte, la musica e la filosofia.

È anche per questo che ho creato il podcast Quantum Rock, in cui racconto la fisica quantistica attraverso la musica rock e, allo stesso tempo, uso la fisica per leggere la musica. Una puntata ogni martedì su Spotify. Non è un’operazione estetica, ma divulgativa: il rock, come la quantistica, nasce dalla frattura, dall’oscillazione, dall’atto di rompere una forma per crearne un’altra.

La quantistica non è astratta: è profondamente sensibile. Funziona per interferenze, risonanze, salti improvvisi. La musica e l’arte lavorano sugli stessi territori. Quando questi linguaggi dialogano, la scienza smette di essere distante e diventa abitabile, senza perdere rigore.

Lei parla di un’epoca che chiede risposte nette ma funziona per probabilità. Quanto pesa questa tensione nel modo in cui comunichiamo la scienza oggi?

Pesa enormemente, ed è una delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Viviamo in una società che pretende risposte immediate, definitive, binarie, mentre il mondo fisico, biologico e sociale funziona per sistemi complessi e probabilistici. La fisica quantistica ci dice con chiarezza che la realtà non è fatta di certezze assolute, ma di distribuzioni di possibilità.

Comunicare la scienza oggi significa decidere se tradire questa complessità per rassicurare, o se accompagnare le persone a stare dentro l’incertezza. Io ho scelto la seconda strada. Divulgare non è semplificare fino a rendere innocuo, ma allenare all’ambiguità cognitiva, insegnare che non sapere tutto non è una mancanza, ma una condizione naturale.

La tensione nasce perché chiediamo alla scienza risposte che non può e non deve dare. La quantistica non ci promette controllo, ci offre comprensione. Ed è una lezione che va comunicata con onestà.

L’idea di fondo che emerge è che fisica quantistica, arte e filosofia siano tre modi diversi di “abitare l’incertezza”. Cosa cambia quando queste prospettive entrano in dialogo?

Cambia che l’incertezza smette di essere percepita come un difetto del sistema e diventa uno spazio di pensiero.
La fisica quantistica ci spiega come funziona l’incertezza: attraverso probabilità, sovrapposizioni, indeterminazione.
La filosofia ci chiede che cosa significa vivere in un mondo che non è completamente determinabile.
L’arte ci mostra come si sente stare lì dentro, senza doverlo spiegare.

Quando questi tre piani dialogano, nasce una forma di intelligenza più ampia. È il cuore del mio lavoro anche nei libri, in cui da anni intreccio fisica quantistica, musica e filosofia per restituire la complessità del pensiero scientifico come esperienza umana.

Il mio ultimo libro, La lunghezza d’onda della felicità (Mondadori), porta questa ricerca a un punto di maturità: partendo dal pensiero di Louis de Broglie, racconto l’idea di onda non solo come concetto fisico, ma come modo di stare al mondo. Non siamo entità rigide, ma sistemi oscillanti. Capirlo scientificamente ha conseguenze esistenziali enormi.

Come si può educare al pensiero critico senza rinunciare al bisogno umano di senso e orientamento?

Smettendo di contrapporli. Il pensiero critico non distrugge il senso, lo rende più solido. La scienza non è nichilista, è radicalmente onesta. Non promette certezze, ma strumenti per orientarsi in un mondo complesso.

Educare al pensiero critico significa insegnare che il senso non è qualcosa che si riceve già confezionato, ma qualcosa che si costruisce nel tempo, imparando a convivere con il dubbio. La fisica quantistica è una grande scuola in questo: ci mostra che l’assenza di certezze non paralizza, ma apre possibilità.

È una lezione profondamente umana. Non ci dice cosa pensare, ma come pensare. E oggi questo è forse il compito più urgente della divulgazione scientifica.

In che modo eventi come questo possono incidere nella formazione dei giovani, soprattutto nel superare la tradizionale dicotomia tra scienze esatte e discipline umanistiche?

Mostrando che quella dicotomia è artificiale e storicamente costruita. Le grandi rivoluzioni scientifiche non sono nate da menti “solo tecniche”, ma da immaginazioni audaci. La fisica quantistica è l’esempio perfetto: le idee più rigorose del Novecento sono nate da atti di pensiero profondamente creativi.

Eventi come questo offrono ai giovani un modello diverso di sapere: non compartimentato, non gerarchico, ma dialogico. Mostrano che si può essere precisi senza essere rigidi, profondi senza essere vaghi, scientifici senza rinunciare alla dimensione umana.

È così che si forma una nuova generazione capace di affrontare la complessità del presente: non scegliendo tra scienza e umanesimo, ma imparando a tenerli insieme.

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Gabriella Greison sarà in scena a Milano, al Teatro Carcano, l’11 maggio, con un nuovo spettacolo. Informazioni e aggiornamenti sono disponibili sul suo sito ufficiale.