In un libro recentemente pubblicato, Maurizio Casiraghi, zoologo del dipartimento di Biotecnologie e bioscienze, affronta insieme al filosofo della scienza Telmo Pievani il tema della simbiosi e l’impatto che ha avuto sulla teoria evoluzionistica. Uno dei personaggi chiave che ci raccontano è quello di Lynn Margulis, biologa statunitense che, sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso, ha dovuto lottare tenacemente per veder riconosciute le proprie ipotesi sul ruolo della simbiosi nella nascita delle cellule eucariote, quelle di cui sono costituiti gli esseri animali, i vegetali e i funghi.
È vero che non esiste organismo vivente che non sia coinvolto in qualche tipo di simbiosi?
Sì, anche se dobbiamo intenderci sul concetto di simbiosi per rispondere in modo corretto alla domanda, perché la simbiosi è un'interazione in cui organismi di specie diverse entrano in una forma di rapporto, ma il tipo di relazione può essere diverso: ci sono simbiosi facoltative e simbiosi obbligatorie. La simbiosi facoltativa si verifica quando il legame non è per tutta la vita, quella obbligatoria avviene invece quando la vita stessa dipende dall'altro organismo. Un tipo di simbiosi obbligatoria che ci è molto familiare, per esempio, è quello degli organismi che vivono all'interno del nostro tubo digerente, il microbioma. Non esiste un animale che non abbia al suo interno batteri simbionti: privo del microbioma, l’animale non sarebbe in grado di garantire la fisiologia dell'apparato digerente.
Simbiosi facoltative invece sono spesso quelle tipiche dei commensalismi: il commensale trae un vantaggio, l'ospite non viene influenzato.
Il punto di fondo, però, è che l’evoluzione della vita, come ha intuito Lynn Margulis, “non si afferma con il combattimento, ma con l'interazione”. Io mi occupo di biodiversità e ogni tanto mi accorgo che nell’interpretazione corrente ci si limita alla conta delle specie animali o vegetali presenti in un determinato habitat, come se la biodiversità consistesse nel fare l’inventario delle forme di vita. In realtà la forza della biodiversità è proprio nelle reti di relazioni che si instaurano tra gli organismi, perché sono queste che rendono resiliente quell’ambiente. Possiamo considerarle come le “difese naturali” che permettono di tollerare una perturbazione. È per questo che la simbiosi è una delle grandi forze motrici del processo evolutivo, che si instaura già a livello dei batteri e quindi permea il vivente da almeno quattro miliardi di anni.
Come mai la Margulis ha fatto così fatica a veder riconosciute le sue teorie?
C'è una cosa che secondo me si sottovaluta: la scienza non è democratica, deve essere democratico l'accesso alla scienza, ma all’interno dell’ecosistema scientifico c'è sempre una visione consolidata: ad un certo punto si presenta un’istanza dirompente, è avvenuto in quasi tutte le discipline. Questo nuovo elemento quando arriva porta dei modi di vedere diversi, ed è chiaro che si trova di fronte a un establishment che magari si è un po' “seduto” su osservazioni che fino a quel momento si erano dimostrate corrette. Ci sono stati scontri epici tra Margulis e i ricercatori che sono stati chiamati “neo-darwinisti”, ma non si tratta di una separazione netta tra qualcosa che era falso e qualcos’altro che è vero: l’elemento innovatore è in grado di far vedere le cose da un altro punto di vista, non per nulla la Margulis per molti versi è più darwiniana dei neo-darwiniani.
La biologia però sembra avere una particolare valenza sociale perché è un po’ come se, parlando della vita, parlassimo di noi stessi
Sì, parlare di certe cose ci mette di fronte alla nostra storia, questo scatena prese di posizione anche da parte di chi non si occupa di teorie evolutive o di biologia. Ad esempio mi capita che i miei studenti mi chiedano se un fatto sociale come l’omosessualità trovi giustificazione in natura. Sarebbe facile per me portare tutta una serie di casi a favore di una tesi o di quella contraria, traendo esempi dal comportamento di altre specie, ma dal punto di vista metodologico è profondamente sbagliato cercare nella natura risposte relative al nostro sistema di valori. Nel mondo vivente, specialmente animale, succede di tutto: c’è l’infanticidio, c’è lo stupro, ci sono le guerre, e anche l’uccisione del rivale. Cosa dobbiamo imparare da tutto questo? Assolutamente nulla dal punto di vista etico, non possiamo ispirare il nostro comportamento alle osservazioni naturali perché, come tutte, la nostra specie ha le sue peculiarità. Siamo contraddistinti da una particolarità: siamo animali culturali e simbolici. Forme di cultura - se intendiamo per cultura qualcosa che si tramanda tra le generazioni e che non è scritto nei geni – sono proprie anche di tante altre specie, ma la nostra è una cultura altamente simbolica. Il punto, come già detto da altri prima di me, è che siamo una specie chimerica perché possediamo non solo un linguaggio estremamente evoluto, ma anche un cervello molto sviluppato che ci permette di fare astrazione, e l’astrazione non è da tutti. La capacità di creare cose come il culto dei morti, una separazione tra il bene e il male, la ricerca di un’armonia tra le cose è frutto della nostra abilità nell’astrazione: non dobbiamo mai dimenticare però che non esiste un luogo di partenza naturale che sia di per sé buono o cattivo, non corrotto, sono categorie queste che non si applicano alla natura e la scienza ha la caratteristica di raccontare la natura in modo non consolatorio.
Di certo Darwin non avrebbe mai appoggiato un’estensione del significato delle sue teorie alla nostra società, come dire ad esempio: è giusto che domini il più forte e il più debole soccomba; al contrario, ha sempre portato avanti un’idea diversa, perché siamo una specie pensante, che potenzialmente è in grado di andare oltre il comportamento puramente animale.