DANCEREx, la terapia che si danza: ricerca, tecnologia ed esperienza in movimento - Bnews DANCEREx, la terapia che si danza: ricerca, tecnologia ed esperienza in movimento

DANCEREx, la terapia che si danza: ricerca, tecnologia ed esperienza in movimento

DANCEREx, la terapia che si danza: ricerca, tecnologia ed esperienza in movimento
ProgettoDANCERex_UniversitàBicocca

Sempre più spesso per chi fa ricerca i confini tra discipline smettono di essere linee nette e diventano spazi di possibilità. È lì che nasce DANCEREx (DANCE Rehabilitation Experience), un progetto che unisce neuroscienze, arte e tecnologia per pensare la neuroriabilitazione come esperienza, oltre che come trattamento.
Guidato dall’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS, DANCERex è stato realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e con altri due centri clinici: gli IRCCS San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli - Brescia e Neurolesi Bonino Pulejo - Messina.

Ne parliamo con la professoressa Fabrizia Mantovani e con la ricercatrice Olivia Realdon del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione.

DANCEREx mette insieme neuroscienze, arte e tecnologie digitali: in che modo questo approccio interdisciplinare cambia il modo di fare riabilitazione?

(Fabrizia Mantovani) DANCEREx nasce da un’idea precisa: trasformare la riabilitazione in un’esperienza significativa. Parliamo di una vera e propria terapia digitale, cioè un software con un beneficio clinico dimostrabile, validato con criteri simili a quelli dei farmaci.
Abbiamo integrato musica, danza e movimento dentro una struttura di gioco digitale (applied game). Il paziente non esegue semplicemente esercizi: entra in una storia, interagisce con un personaggio, apprende per imitazione. È un apprendimento sociale, dove il “fare” si intreccia con l’osservare e il riprodurre l’intenzione di un modello. Questo è fondamentale perché le arti-terapie oggi non sono più attività accessorie: sono veri interventi terapeutici che agiscono su piano motorio, cognitivo e psicologico. La danza, in particolare, ha un fondamento neurobiologico molto chiaro. In alcune condizioni neurologiche, si crea uno spazio per la creatività che può essere attivato proprio attraverso il movimento.

Quali condizioni sono necessarie perché soluzioni come le terapie digitali entrino davvero nella pratica clinica?

(Olivia Realdon) Il passaggio dalla ricerca alla clinica è sicuramente un nodo cruciale. Non basta sviluppare una tecnologia efficace, ma bisogna renderla sostenibile, accessibile e integrabile nei sistemi sanitari. Serve un cambio di paradigma. Non si può più lavorare per compartimenti separati: clinici, psicologi, ingegneri, designer ed economisti devono co-progettare fin dall’inizio. Solo così si costruiscono soluzioni che funzionano davvero nella realtà.
Noi abbiamo seguito un approccio user-centered, coinvolgendo tutte le competenze necessarie. Abbiamo condotto un trial clinico con 192 pazienti, confrontando DANCEREx con trattamenti tradizionali. I risultati preliminari mostrano un’efficacia clinica superiore, ma questo è solo un passaggio. Il vero problema è che manca ancora un sistema che permetta a queste soluzioni di entrare stabilmente nel Servizio sanitario. Senza questo passaggio, anche le innovazioni migliori rischiano di restare prototipi.

Quanto conta il coinvolgimento emotivo e immersivo nel successo dei percorsi riabilitativi?

(Olivia Realdon) Più il paziente è coinvolto, migliori sono gli esiti. Ma il coinvolgimento non è un elemento accessorio: è qualcosa che va progettato. Noi abbiamo costruito DANCEREx come un’interfaccia di esperienza. Il paziente attraversa mondi diversi, segue storie, aiuta i personaggi a raggiungere obiettivi. Nel farlo, lavora su mobilità, capacità fisica e coinvolgimento cognitivo. La riabilitazione smette così di essere una sequenza di esercizi e diventa qualcosa che ha senso nella vita della persona. Non si tratta più solo di “alzare un braccio”, ma di partecipare a un’esperienza che genera significato.

Qual è stato il ruolo dell’Università di Milano-Bicocca e su quali sviluppi state lavorando?

(Fabrizia Mantovani) Il nostro contributo come dipartimento di Scienze Umane per la Formazione si è concentrato nella fase di progettazione e di sviluppo, dalla costruzione del sistema fino al suo perfezionamento. Nel design della terapia digitale abbiamo portato competenze psicologiche e culturali legate all’esperienza e all’interazione uomo-tecnologia.

(Olivia Realdon)
Oggi il trial è concluso e siamo nella fase di analisi dei dati, sia sul piano clinico sia su quello neurobiologico. Le prospettive sono molto promettenti: vogliamo comprendere meglio i meccanismi d’azione della terapia e arrivare a un prodotto solido, validato, pronto per essere trasferito al mercato e alla pratica clinica.
In fondo, DANCEREx racconta qualcosa che va oltre la tecnologia. Racconta un’idea di cura in cui il paziente non è solo destinatario, ma protagonista. Dove il movimento diventa linguaggio, e la riabilitazione — finalmente — esperienza.