Dalla Bicocca al Karolinska Institutet, il viaggio di Paolo Ceriani attraverso l’oncologia - Bnews Dalla Bicocca al Karolinska Institutet, il viaggio di Paolo Ceriani attraverso l’oncologia

Dalla Bicocca al Karolinska Institutet, il viaggio di Paolo Ceriani attraverso l’oncologia

Dalla Bicocca al Karolinska Institutet, il viaggio di Paolo Ceriani attraverso l’oncologia
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Dopo essersi laureato in Bicocca alla triennale di Biologia, Paolo è stato selezionato al Karolinska Institutet di Stoccolma, una delle più prestigiose istituzioni di formazione biomedica al mondo - per intendersi quella che assegna il Nobel in medicina - e poi è stato inserito nella Nova 111 List 2025 tra i migliori dieci studenti italiani nel settore Healthcare & Bio Sciences. Paolo ci racconta come la sua storia personale abbia attraversato il dolore per la morte prematura dei suoi genitori, ma anche il riscatto nell’essere riuscito a realizzare fin qui tutte le cose che sognava.

Raccontaci per sommi capi il cammino che ti ha portato in Svezia

Ho iniziato il mio percorso accademico in Bicocca con la laurea triennale in biologia. Ho sempre avuto una passione per la scienza, specialmente per l'ambito medico. Provengo da una famiglia in cui la medicina era di casa perché mio padre era dottore, anche se l’ho perso quando ero molto piccolo; mia madre lavorava all'ASL di Lecco e anche mio zio è medico; quindi, sono sempre stato in contatto con il contesto dell’ospedale. All’inizio, comunque, non avevo ancora ben chiaro cosa avrei voluto fare dopo il liceo, mi orientavo sì verso l'ambito scientifico, ma non vedevo ancora chiaramente il mio futuro.

Paolo Ceriani, sua madre e sua zia
Paolo Ceriani, sua madre e sua zia

Poi mia madre si è ammalata di cancro, e da quel momento ho capito cosa avrei voluto fare e mi sono sentito anche fortunato, nella sventura, perché stavo studiando argomenti che mi aiutavano a capire cosa le stava succedendo: volevo conoscere a fondo questa malattia. Uno dei suoi desideri, tra l’altro, era che io andassi a studiare all’estero in un grande ateneo e l’idea in effetti allettava anche me. Mi incuriosivano principalmente i paesi nordici: la Svizzera, la Germania o la Danimarca, ma dato che la Svezia era una delle prime che apriva le selezioni e il Karolinska Institutet di Stoccolma era una delle istituzioni più prestigiose, ho fatto domanda prima di tutto lì. Nel frattempo, mi stavo laureando in triennale con la professoressa Granucci, la tesi era sulle cellule CAR-T nel tumore ovarico e avevo fatto anche un po’ di esperienza in laboratorio con la professoressa Facciotti. Tutte queste cose hanno contato nella mia ammissione al Karolinska, ma devo dire che non si valutano solo i voti, contano anche le esperienze extracurriculari: il volontariato in Croce Rossa, il sito di divulgazione scientifica che avevo aperto nel 2023 e la conoscenza dell’inglese.

Avevi anche già fatto un’esperienza negli Stati Uniti che ti avrà aiutato dal punto di vista della lingua?

Sì, ho avuto l’opportunità durante il terzo anno della triennale di lavorare alcuni mesi in un laboratorio di ricerca a Philadelphia, alla Temple University, sempre in ambito oncologico, anche se in questo caso il focus era sul carcinoma mammario.

Com’è studiare all’estero, in particolare in Svezia? Quali sono le differenze più evidenti rispetto all’Italia?

È un’impostazione molto diversa, in Italia hai il semestre con tutte le lezioni e poi la sessione di esami, qui al Karolinska fai un mese o un mese e mezzo di lezioni, ma solo di una materia, e poi puoi fare l’esame, che puoi ripetere eventualmente fino ad un massimo di sei volte. Quindi ti concentri su una cosa alla volta. Poi un’altra differenza sono i libri: qui tutti hanno iPad o computer, è tutto digitale, i libri non si usano praticamente mai, a meno che tu non voglia approfondire un argomento specifico e allora vai in biblioteca e li trovi, ma generalmente si studia sugli appunti presi a lezione e sulle slide che danno i professori.

Il Karolinska Institutet
Il Karolinska Institutet

Poi un’altra differenza sono i voti: c’è molta meno enfasi sul voto numerico, puoi passare o non passare un esame, se lo passi puoi avere una percentuale maggiore o minore di successo, ma non esiste la media dei voti, né c’è una vera competizione sui voti: l’importante è che tu superi gli esami e che tu svolga anche attività in laboratorio, per imparare le tecniche, impadronirti della parte applicativa di ciò che stai studiando, poi se non ricordi il nome di una proteina non muore nessuno. Finite le lezioni e gli esami vieni incoraggiato a lavorare in un laboratorio, puoi andare ovunque nel mondo, oppure puoi restare a Stoccolma e fare laboratorio qui, noi abbiamo l’ospedale tra l’altro a pochissima distanza e puoi interfacciarti con i clinici in qualunque momento, o avere dei campioni da pazienti, insomma è tutto molto stimolante.

Poi, l’altra cosa bella è che se parli inglese non hai nessun problema, né in università dove tutti lo parlano, né in città. Nel mio corso di magistrale, come dicevo, siamo iscritti in cinquanta, di svedesi veri e propri ce ne saranno quattro o cinque, e anche quelli sono magari di seconda generazione. L’atmosfera che si respira è veramente cosmopolita, ci sono compagni che hanno studiato in Malesia, altri che vengono da Dubai, poi cinesi, indiani, e anche una compagna italiana, che ha fatto la triennale a Padova.

Con questo comunque non intendo dire che la formazione che ho ricevuto in Italia non sia di alta qualità, la Bicocca mi ha preparato molto bene, me ne sono accorto anche dal confronto con i compagni che provengono da altre realtà nazionali, il livello della formazione accademica in Italia è molto alto, poi ovviamente dipende anche da persona a persona.

Qual è il messaggio che ti senti di dare sulla base della tua esperienza?

Paolo Ceriani
Paolo Ceriani

Non mi piace darmi delle arie, ma mi piace condividere la mia storia con ragazzi più giovani, per far capire che alle volte raggiungere certi risultati richiede dei sacrifici, passare meno tempo con gli amici a divertirsi, ma alla fine si viene ripagati degli sforzi. A me piacerebbe molto aiutare giovani studenti anche in futuro con borse di studio o in altro modo, perché credo che in Italia abbiamo tanti talenti, solo che a volte fanno fatica a esprimersi. Poi il mio sogno sarebbe di capire sempre di più del carcinoma ovarico: è un bel desiderio, anche se mi rendo conto che è una cosa molto complessa e che non avviene mai con il contributo di una sola persona.