Istituito nel 1890, lo Yosemite National Park, storico parco californiano dai paesaggi iconici, presenta un fortissimo afflusso turistico di circa quattro milioni di visitatori annui. Grazie alla sua competenza nello studio dei rischi da frana, dal 2021 l’Università di Milano-Bicocca è stata coinvolta in un progetto di ricerca coordinato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS-United States Geological Survey) in collaborazione con l'agenzia federale incaricata della gestione dei parchi (NPS-National Park Service), al fine di contribuire allo sviluppo di metodologie quantitative per la valutazione del rischio da frana lungo le principali strade di accesso al parco.
Il gruppo di ricerca di Milano-Bicocca è guidato da Federico Agliardi, docente di Geologia Applicata del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra.
Professor Agliardi, di cosa vi siete occupati?

Le tre principali strade di accesso al parco sono esposte a frequenti frane di crollo. Una potenziale minaccia per la vita dei visitatori che ogni anno entrano nel parco per visitarne le bellezze naturali, praticare arrampicata o escursionismo. La politica di gestione del Parco prevede di minimizzare gli interventi ingegneristici di protezione per preservare la bellezza scenica dei versanti naturali. La mitigazione del rischio da frana si basa quindi su pratiche di gestione del traffico veicolare e richiede una valutazione della pericolosità e del rischio da frana allo stato dell’arte. Tramite lo sviluppo di una metodologia specifica che combina analisi statistiche e risultati di modelli matematici di simulazione sviluppati in Bicocca, ci siamo concentrati prima di tutto sulla valutazione del rischio lungo la strada più importante (El Portal road), analizzando i diversi aspetti del problema come la frequenza di eventi, l’esposizione dei veicoli e il tasso di mortalità. I risultati hanno evidenziato i luoghi di passaggio maggiormente esposti al rischio di eventi franosi per i visitatori che percorrono la strada in entrata o uscita dal Parco.
Un grande aiuto è stato fornito dal catalogo di eventi gestito dal National Park Service, che dal 1857 registra gli eventi di frana, mettendo a disposizione un patrimonio di informazioni unico al mondo. Il progetto, molto apprezzato dai colleghi statunitensi, è stato poi ulteriormente esteso all'analisi di altre due strade. Dal 2021 ad oggi abbiamo terminato il lavoro di studio e analisi; entro i prossimi mesi prevediamo di concludere anche l’attività di reporting e pubblicazione scientifica.
Un’altra attività che avete sperimentato sul campo?

Yosemite è una meta nota per gli appassionati dell'arrampicata su roccia. Con una termocamera in dotazione al nostro Dipartimento abbiamo effettuato una campagna di misura della dinamica del riscaldamento e raffreddamento della famosa parete granitica El Capitan. La roccia, esposta al riscaldamento solare durante il giorno, con il progressivo avanzare del buio si raffredda, ma non in modo uniforme: la roccia si raffredda maggiormente nei punti più fratturati o in presenza di lastre rocciose parzialmente staccate. Le misurazioni sono utili per capire se è possibile cogliere segnali riconducibili a volumi rocciosi potenzialmente instabili, difficili da ispezionare direttamente in questo contesto. Un’attività molto interessante sul fronte sperimentale, a cui è stata dedicata la tesi di laurea di un nostro studente, e che ci ha visti impegnati a riprodurre i fenomeni naturali in laboratorio.
Proviamo a tracciare un bilancio di questa esperienza?
Abbiamo creato un legame molto produttivo con gli enti coinvolti. Le collaborazioni con gli Stati Uniti non sono frequenti in questo particolare settore; siamo stati contattati per la notevole esperienza che il nostro gruppo ha maturato negli anni, in ambito di ricerca e applicativo, sul tema della modellazione e mitigazione della pericolosità e del rischio da frana. Siamo felici di questa stretta collaborazione scientifica e delle relazioni positive che abbiamo intrecciato con i colleghi statunitensi. Si è rivelata un’opportunità ricca di interesse in uno scenario incredibile, molto diverso dagli ambienti alpini in cui abitualmente operiamo. Una bella palestra per l’attività scientifica che ci ha permesso di implementare tecnologia e metodi su problemi nuovi, alla ricerca di soluzioni innovative.

Spazi diversi e quindi un altro tipo di rapporto con la natura?
Nei paesi europei e in Italia le criticità ambientali e geologiche vengono affrontate in un’ottica di risoluzione, con un approccio diretto, attivo e interventi anche ingegneristici di prevenzione e contenimento che possono modificare l’aspetto del territorio. La vastità degli spazi americani, con ampie zone ancora selvagge, comporta un approccio diverso: la natura fa il suo corso, con interferenze minime dell’intervento umano. I parchi naturali sono vissuti dalla popolazione come un patrimonio importante e comune, da condividere ma soprattutto da lasciare inalterato nel tempo. Il rischio, per quanto gestito e limitato con lo studio e la prevenzione, viene in un certo senso accettato e lasciato alla responsabilità dei frequentatori che decidono di accedere. Si cerca di convivere con la criticità, di conseguenza le misure adottate riguardano principalmente la conoscenza dei fattori di rischio e una politica di gestione del traffico basata sull’informazione. Per questo motivo è importante l’attività che abbiamo condotto: i risultati costituiscono una base scientifica a disposizione dei decisori e delle autorità deputate alla gestione del parco e della sua sicurezza.